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Tutte le recensioni di R. Oddo

Domani nella battaglia pensa a meDomani nella battaglia pensa a me
di Javier Marías - Einaudi
  • Prezzo: € 12.00
  • Nostro prezzo: € 9.00
  • Risparmi: € 3.00 (25%)
4.0
Dire cosa successe l'indomani, 08-07-2010, ritenuta utile da 3 utenti su 4
«Com'è strano il tempo. Un paio d'ore fa non avrei mai immaginato di finire, in fondo, questo romanzo così avvitato sul tempo che scorre e non ha senso. Ho capito davvero, devo dirlo, Domani nella battaglia pensa a me, solo dopo aver letto il breve discorso tenuto da Marías nell'estate del '95 a Caracas, quando ha ricevuto il premio Rómulo Gallegos e sono sempre un po' diffidente quand'è altro a farmi apprezzare davvero un romanzo che di per sé non si è imposto alla mia attenzione. Però ho ricostruito, sotto forma di storia sul romanzo, quello che appositamente il romanzo in sé non narrava.
Domani nella battaglia pensa a me, che trae il suo titolo dal Riccardo III di Shakespeare, è un romanzo che parte da uno sfortunato incontro furtivo. Lei, Marta, è giovane e piacevole, ha un figlio e un marito fuori città; lui, Víctor, un normale uomo di mezz'età con un matrimonio fallito alle spalle. Dopo cena, cominciano gli approcci erotici, ma lei inspiegabilmente muore. Comincia così il viaggio dell'uomo all'interno del mistero: non quello di una spy-story, ma della vita quotidiana, quella di tutti noi, del tempo che passa per tutti e per nessuno acquisisce più peso di un calendario che si butta via, alle spalle.
Due aspetti mi hanno colpito nel romanzo: il tono e i personaggi. Il tono è un capolavoro di medietà: il protagonista, io narrante, non è particolarmente sagace o colto, anche se cita troppo Shakespeare, un po' a sproposito (ammesso che ciò possa accadere con Shakespeare). Marías riesce a trovare per lui come un colore, un grigio che non è banale, un filtro di normalità che riconsegna le cose al loro naturale mistero senza aggiungere fumi di una propria stravaganza. La vita è inspiegabile, e ce lo si ripete a ogni pie' sospinto, e ciò fa sì che talvolta si perda il filo del racconto, perché è l'uomo a perdere il filo degli eventi. L'effetto è quello di qualche vuoto narrativo, ma senza danno per chi sa tenere ferma la concentrazione sulla sua personalissima ricerca del tempo perduto... che non è il passato, ma il presente, anche se il presente altro, quello non vissuto da sé, raccontato e visto ormai dietro le spalle.
Ancora più straordinaria della voce, o forse perché ne è la modulazione più intima e intensa, è la descrizione dei personaggi. In particolare quella dell'amico Ruibérriz de Torres è un capolavoro di autenticità, di dovizia e affetto senza pedanteria, che riesce a coinvolgere, oltre alla persona dell'infingardo suo doppio, anche tutto il mondo di una certa piatta borghesia intellettuale madrilena, quella dei "negri", scrittori di discorsi a pagamento per un proletariato politico di coloritissimo squallore. Stesso dicasi della prostituta Victoria, o Celia, in una memorabile passeggiata in macchina attraverso il cuore di questo romanzo. A confronto del sangue che scorre e palpita tra le pagine che ce li presentano, è quasi deludente vedere simili personaggi nel loro commercio quotidiano, non si ha quasi mai il polso di quel che sta accadendo, anche quando quel che sta accadendo è banale o già visto.
Tutto viene tenuto insieme dall'anafora, dalla ripetizione talvolta ossessiva di frasi, di concetti, ma concetti riproposti e variati, come certi vecchi ricordi di filologia anglosassone, che portano Víctor a cercare per tutto il corso della narrazione un antico termine in disuso, che indica la condizione di parentela di due uomini che abbiano giaciuto con la stessa donna, sia pure in epoche differenti e con i differenti volti di quella donna con lo stesso nome in tutte le sue epoche. Apparentati senza saperlo su questo mistero che coinvolge, e insieme divide, uomini diversi, questi personaggi si aggirano senza possedere mai per intero la loro vita né quel che credevano unico e autentico. »

L' invenzione di PalermoL' invenzione di Palermo
di Giuseppe Rizzo - Perrone
  • Prezzo: € 12.00
3.0
E dopo il settimo giorno, arrivarono i palermitani, 08-07-2010
«Me-me-mettiamola così: non tu-tu-tutti siamo uguuuuuuuual-men-TE fortunati e taluni nascono addirittura a Pa-pa-pa-palermo. I più malacarne, poi, trovano rifugio sicuro a Fondo Picone.
Comunque.
Ci stanno bene e ha-han-no pu-pur... anche le loro regole, tipo minchionare gli arrusi e i pervertiti di vario tipo e, i primi 'i tutti, quelli del linguaggio. Come il babbalbububuziente papà di Anna, la picciotta che racconta la storia e fondo Picone. Sennonchemente a un certo pu-pu-pun-THO anche Fondo Picone va giù tutto intero coi sottotitoli.
Cioè.
C'è un incendio, e chiudiamola qua. Ché sennò poi voi L'invenzione di Palermo, edito da Giulio Perrone, non lo leggete e io ci accucchio una malafiura orba con Giuseppe Rizzo, che mi ha invitato di persona personalmente tramite feizbucc, presso la libreria ModusVivendi di via Quintino Sella 79, a Palermo, dove pare sia intenzionato a spiegare come sono andate le cose. E tutto questo, udite udite, avverrà venerdì 26 febbraio, h. 18.30. Perciò.
Il punto di partenza è chiaro: Dio dopo il settimo giorno si annoia, inventa Palermo e ci chiude dentro pure i palermitani. E poi si chiede pure cos'è ch'è andato storto. Bìh. Ma li ha guardati in faccia? Giuseppe Rizzo pare l'abbia fatto, e si è divertito un mondo a renderceli simpatici. Ogiùdilì. Certo simpaticunazzi sì, ma pure scalognatelli. O sfigati, se i polentoni preferiscono. Ma, porcamimchiabuttanazza, uno giusto non c'è.
L'Ucciardone, un po' per scherzo e manco tanto, diventa un grande albergo, il parente di riferimento è solo uno, ma andato a male, e si chiama - ma tu dì ma tu dì ma tu dì - Guasta; le amicizie, tranne uno psicologo depresso e agorafobico, lasciamo perdere, che è meglio, tutto un mondo di 'nciurie sprezzanti. La vita non la si assapora e non la si morde, la si lecca soltanto, come un gelato, sì, ma insapore o sgradevole e pure sciolto. Meno male che c'è Mike Bongiorno che si chiama i Tirone in tivvù. Auhhhh, dico io. E in effetti, non è che ci si arriminchino.
Sarà che uscire da fondo Picone non è facile, figuriamoci da Palermo. Ma insomma. Anna & gli altri si annacano e ravanano nella pattumiera di Palermo con la stessa speranza che nutrono nei confronti della loro stessa vita. Solo che la munnizza la vendi di nuovo, vah, la ricicli; la vita - per caso o con tutte le buone intenzioni - la perdi e basta. Oppure poi rubi, ma la roba, vecchia o no, puoi rubarla, e non ti resta altro nella saccoccia da rubare.
Meglio un bicchiere d'acqua con lo zucchero o arrendersi, non ai sogni, quelli no, ma al riposo.
O a immaginare un riposo.
Gommoso.
Tondo.
Caldo.
Impossibile.
Ci vorrebbe una via di fuga. Fuori da quel poligono sgummato e malucumminato che è il mandamento a nord-est della città. E a quello il buon Dio, Grande Capo, ha pensato, oh, se ha pensato, quando consegna ad Anna un biglietto Palermo-Paradiso solo andata, oggetto di un'ovvia contesa e di qualche scambio. Io ci salirei, amunì. Ma c'ho la broccola sana, ancora, e aspetto che Giuseppe Rizzo mi dica prima cosa trovo e com'è il viaggio. Fin qui tutto bene. Ma tengo gli occhi aperti, c'è da divertirsi! »

Il libro di legnoIl libro di legno
di G. Mauro Costa - Sellerio Editore Palermo
  • Prezzo: € 13.00
  • Nostro prezzo: € 11.70
  • Risparmi: € 1.30 (10%)
3.0
Per diventare libro..., 08-07-2010, ritenuta utile da 1 utente su 1
«Si dipanano nel segno della metamorfosi le pagine de Il libro di legno, il romanzo che Gian Mauro Costa ha appena pubblicato da Sellerio (297 pp., 13 €). Metamorfosi dal legno alla carta e dalla carta alla carne, da un qualsiasi materiale plastico a una Palermo che sfida la compiutezza di qualsiasi plastico. Una Palermo misteriosa, divergente e quasi in fuga dall’immaginario, da attraversare sul crinale tra mondi che si specchiano l'uno nell'altro. Una Palermo il cui narratore deve ricorrere a lunghe liste di immagini, spesso antitetiche; immagini che si susseguono come perle, raccordate l’una all’altra dal filo rosso di una ricerca su presunte piste inanimate e invece animatissime.
Baiamonte Enzo, tecnico riparatore di professione riparatore e modesto di introito, indaga occasionalmente su somnme e fedeltà perdute per arrotondare le entrate mensili. Un certo giorno entra in casa sua una creatura, Cristina Mirabella con un incarico insolito: recuperare i libri che suo padre, professore alle superiori dello stesso Enzo, aveva prestato e sostituito con analoghi di legno per tener memoria del maltolto. Ma, com'è ovvio che sia, non è facile trovare ciò che più non c'è. E, naturalmente, tanto meno lo è nascondersi ciò che invece c'è e non ci dovrebbe essere. Ovvero, come don Abbondio quella sera del 7 novembre 1628, Enzo Baiamonte, celibe, vide qualcosa che non s'aspettava e non avrebbe voluto vedere.
Non parliamo certo delle belle gambe di Cristina Mirabella, generosamente esibite al suo cospetto, o del suo sorriso maliardo. Ma certo, tutto in quella missione ha qualcosa di strano, ed è un successo insperato a insospettire l'uomo: in un pacco trova sia un libro ormai dato per disperso sia un altro, la cui ricerca non era ancora cominciata. D'improvviso, ciò che era fin lì sembrata solo il recupero della memoria di una persona molto meno santa di quel che voleva dar a vedere, o di una città che solo i palermitani sanno quanto ribolla di marcio dietro la facciata, diventa un vero e proprio giallo. Ma leggero, un giallo che si legge con facilità e senza la tensione delle più acclamate spy stories.
Uno dei pregi maggiori di Un libro di legno è appunto la leggerezza che Gian Mauro Costa (giornalista) ha saputo trovare per le sue parole. La Palermo che ne esce agli occhi di Enzo è devastata da un'autentica mancanza di dignità e di normalità, condivisa senz'altro dal lettore palermitano che gli occhi aperti li tiene oltre l'apertura del libro. Quel che spiace è che la metamorfosi di cui si diceva sia solo opera di uno specchio deformante, capace di restituire però la realtà, e che l'altra, quella più importante, il ritorno all'uomo in carne e ossa, sia solo una promessa dell'indomani. Ma abbiamo bisogno anche di queste speranze. »

Le braciLe braci
di Sándor Márai - Adelphi
  • Prezzo: € 16.00
4.0
Il tempo brucia, 08-07-2010, ritenuta utile da 2 utenti su 2
«È nel fiato la dimensione di questo romanzo: immagina un uomo che si sia fermato dopo l’emergenza di una corsa e ora, cessata la fame d’aria, avverta il pacificarsi del suo battito, ma come da lontano, e provi a trattenere il respiro, senza cedere mai,tanto che tutto l'ossigeno in lui non è più in grado di rinnovarne il sangue diventa a sua volta motivo di apnea. Troverai quest’uomo a indugiare attorno a un braciere in disuso, eppure sempre in mostra.
Le braci di Sándor Márai (Adelphi, Milano 1998, 181 pp.) è un romanzo al presente. Sono gli uomini a farsi carico del passato, che echeggia nelle loro parole, una forma di declinazione di ciò che si è perduto. Presente è il tempo della narrazione, presente il dolore, e presente il dialogo tra due uomini che sono stati l'uno il significato stesso dell'amicizia per l'altro. E quando tutto questo perde la sua attualità, la sua immediatezza, è perché i ricordi di Henrik, il Generale, o dell'inquieto Konrad provano a imporsi sui fatti che si vogliono accertare (e che, del resto, non sono tutto ciò di cui si vuole impadronire: "... talvolta i fatti non sono altro che deplorevoli conseguenze"). Quando il passato di questo inverosimile dialogo diventa presente è perché si astrae dai fatti, nelle parole del Generale le tracce confuse degli eventi sono inquinate dalla solitudine di chi le bracca all'inseguimento di quella preda che è proprio lui ("quello che cerco è la verità, e chi vuole la verità deve iniziare la ricerca da se stesso").
Decisamente non è nei dialoghi lenti, privi di ogni realismo, che troviamo la fonte della conoscenza, neanche di quella reciproca, in questo romanzo di Márai. Ma, se Henrik si abbandona alla sua scelta di solitudine e di riflessione, c'è anche Konrad, Konrad che sfugge, Konrad che tace e si nega, Konrad moltiplicato per tutte le possibilità di essere Konrad che ha avuto e non è stato, per l'altro. Il tempo, come la verità, brucia nelle loro mani, si incernerisce e scivola via, lasciando però i segni del suo passaggio. Il tempo è fluido, magmatico, ma non raffredda abbastanza perché lo si possa plasmare, i ritratti che il Generale vorrebbe porre accanto a quelli di famiglia, della sua prestigiosa e ricchissima famiglia, non sanno stare al loro posto, perché non sono modellati della stessa materia di cui sono fatti i vissuti: quello di un uomo che viaggia e quello di un uomo che uccide. Ma cosa rimane nella brace di ciò che ha bruciato? La fedeltà (o, se si vuole, l'infedeltà), che serpeggia problematica e si esplicita tra le pagine di questo romanzo, si realizza innanzitutto come fedeltà (o infedeltà) dinanzi alla vita.
Ho compreso tutto. Cosa vuoi che ti dica?... Si invecchia un poco alla volta: in un primo momento si attenua la voglia di vivere e di vedere i nostri simili. A poco a poco prevale il senso della realtà, ti si chiarisce il significato delle cose, ti sembra che gli eventi si ripetano in maniera fastidiosa e monotona. Anche questo è un segno di vecchiaia.
Quando ormai ti rendi conto che un bicchiere non è altro che un bicchiere e che gli uomini, qualunque cosa facciano, sono solo creature mortali. Poi invecchia il tuo corpo; non tutto in una volta, certo, invecchiano per primi gli occhi, oppure le gambe, lo stomaco, il cuore. Si invecchia così: un pezzo dopo l’altro. Poi a un tratto invecchia la tua anima.: anche se il corpo è effimero e mortale, l’anima è ancora mossa da desideri e ricordi, cerca ancora la gioia. E quando scompare anche questo anelito alla gioia, restano solo I ricordi e le vanità di tutte le cose; a questo stadio si è irrimediabilmente vecchi.
Il tempo si è solidificato come lava e poi è caduto, polverizzandosi: non ha più nessun rapporto con le cose, come le domande non sfociano nelle risposte e le stesse risposte hanno smesso ormai di scaldare. Una vita passata a cercare connessioni, rapporti, a cercare di comprendere si risolve per Henrik, il cui nome finisce con lo stesso suono con cui si schiude il nome dell'amico e ospite Konrad, si risolve nel silenzio e nella complicità che aveva dato l'avvio al romanzo. Il fascino di Le braci di Sándor Márai è quello di una letteratura mitteleuropea sempre altalenante sui bracci lunghi del passato in cui si dibatte e un futuro già sepolto tra i confini europei e la consapevolezza di una vecchiaia senza più giovinezza tra le mani intirizzite e pronta a dare al vento le sue stesse ceneri. »


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