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Tutte le recensioni di N. Cavagnola

Freefall: America, Free Markets, and the Sinking of the World EconomyFreefall: America, Free Markets, and the Sinking of the World Economy
di Joseph E. Stiglitz - Tantor Media Inc
  • Prezzo: € 28.73
  • Nostro prezzo: € 24.42
  • Risparmi: € 4.31 (15%)
3.0Quando la retorica supera gli argomenti, 11-10-2010
« Poco impressionante. Al di là del tono molto easy, e alla citazione di cifre senza un preciso filo conduttore (tra cui una stima del moltiplicatore keynesiano pari a "1,5 e in alcuni casi anche più" senza problematizzare un minimo la questione), mi sembra vi siano delle contraddizioni vere e proprie, forse causate dall'esposizione non "scientifica". La tesi iniziale, corretta, è che il capitalismo dell'ultimo trentennio, lungi dall'essere guidato da libero mercato e competizione è stato fortemente sostenuto e garantito dagli Stati, sempre pronti a correrre al capezzale delle banche ai primi segni di difficoltà (creando così una quantità di moral hazard impressionante). Da qui l'eccessiva assunzione di rischio e il patatrack. In conclusione al libro, però, si sostiene che la crisi finanziaria abbia le sua fondamenta in una certa moda intellettuale fondata sulla fede nei mercati autoregolantesi tramite prezzi e agenti razionali, e quindi cieca ai fallimenti del mercato (si chiude poi con un richiamo alla behavioural economics, etc...). Ma delle due l'una: o il mercato non era "libero" e quindi lo Stato ha una responsabilità nel creare le condizioni della crisi; o i mercati erano effettivamente autoregolati ma destinati al fallimento per loro intrinseca instabilità. Insomma Stiglitz sembra sostenere entrambe le tesi, a mio avviso entrando in contraddizione.
Vi è poi la tirata vetero-keynesiana sul fatto che lo stimulus, per funzionare, avrebbe dovuto essere almeno il triplo di quanto effettivamente predisposto (ma quanti soldi è necessario iniettare prima che questo benedetto moltiplicatore raggiunga 1,5?). E, quindi, la solita fede ingenua per cui i soldi dello Stato non solo "sono buoni come quelli di chiunque altro", ma vadano, magicamente, proprio dove più c'è bisogno nel modo più efficiente, grazie a qualche arte divinatoria del governo in carica (il paragrafo in cui si discute del paese di Bengodi che potrebbe scaturire dallo stimolo lascia sinceramente perplessi, comunque la si pensi sul ruolo economico dello Stato). Infine vi è un'invocazione a una soluzione del problema bancario sul modello svedese, qui certamente condivisibile, visto il pasticciaccio brutto del TARP. In definitiva un pamphlettone polemico in cui manca il rigore di analisi che sarebbe legittimo aspettarsi da uno Stiglitz. »

L' enigma multiculturale. Stati, etnie, religioniL' enigma multiculturale. Stati, etnie, religioni
di Gerd Baumann - Il Mulino
  • Prezzo: € 13.50
3.0Non sequitur, 19-09-2010, ritenuta utile da 1 utente su 2
« L'analisi non è malvagia (per quanto si riduca al riconoscere la natura processuale e non essenziale della "cultura"). Ma le conclusioni (la fantomatica "intercultura" come fine della storia) sono quantomai traballanti e non fondate su alcun dato empirico (tanto più che Baumann, negando giustamente la natura ontologica dell'essenza "cultura", ne riconosce pienamente la validità metodologica: questo viene fatto en passant, come se non costituisse un problema, quando in reltà è IL problema). Se la cultura è una retorica che si essenzializza per raggiungere determinati fini non si vede come allo smascheramento marxiano-freudiano possa conseguire una sua de-essenzializzazione. Dal punto di vista politico, poi, non vedo come l'intercultura possa essere un obiettivo desiderabile. Baumann parte negando il relativismo hegeliano di Taylor in quanto il semplice "riconscimento" tra culture da lui proposto nascerebbe monco, dal momento in cui difficilmente, a esempio, un mussulmano integralista potrebbe "riconoscere" le norme legali in riguardo alla bestemmia presenti nei paesi occidentali (e viceversa). Ma l'intercultura di Baumann, par di capire, visto che non è meglio specificato nel testo, non potrebbe che consistere in una sorta di media non ponderata delle concezioni culturali più varie. Quindi, per vivere tutti in pace, il meglio sarebbe "processualmente" spingersi nella direzione di norme verso la bestemmia a metà tra la lapidazione e la sanzione amministrativa (laddove esista). Questo non solo farebbe ridere, ma sarebbe tranquillamente considerato un regresso da chiunque sia ancora disposto ad accettare le tradizionali libertà ormai consolidate grazie al progresso del liberalismo "occidentale" (e se questo implichi una certa dose di etnocentrismo, come evidenziato da Levi-Strauss presente un po' dappertutto, poco importa). »

Dialettica e positivismo in sociologiaDialettica e positivismo in sociologia
di Theodor W. Adorno, Karl R. Popper - Einaudi
  • Prezzo: € 13.43
4.0Long live "positivism"!, 15-09-2010
« Nonostante il pregiudizio francofortese dell’edizione del libro (introdotto con un lungo quanto confuso saggio di Adorno), se c’è qualcosa di interessante da recuperare oggi sono esclusivamente i contributi di Popper e Albert. Pastoni pseudo-hegeliani come quelli di Adorno e Habermas, sostanzialmente tesi a mascherare le povere e confuse idee degli autori, nemmeno meriterebbero di essere commentati se non per l’influenza ancora eccessiva che esercitano oggi. La parte più ridicola probabilmente consta nell’esplicita ammissione da parte dei francofortesi dell’impossibilità di “provare” la teoria della “totalità” (in quanto non riducibile ad alcun esperimento o rilevazione empirica), alla quale, allo stesso tempo, viene però fornito uno status (ontologico?) più elevato di quanto potenzialmente raggiungibile dalle indagini survey dei “positivisti” (a meno che, aggiunge Adorno, non si progettassero esperimenti particolarmente “ingegnosi”, il che viene però immediatamente scartato come illusorio: perché perdere tempo e fatica a discutere sul metodo quando si possono infarcire 80 pagine di banalità senza sforzo alcuno e ottenere fama e pubblico?). Altrettanto discutibile l’assunto secondo cui il “positivismo”, nella sua versione popperiana, arriverebbe a “negare” il suo oggetto, in quanto teso a sovrapporre un quadro teorico esterno alla realtà, senza pretese di “realismo” se non probabilistiche (come diceva Popper, possiamo anche raggiungere la Verità, ma mai potremo essere sicuri di averla raggiunta), il che porta Habermas a ritenere che se dovesse effettivamente verificarsi una coincidenza tra teoria e realtà avverrebbe per puro caso. Il fatto è che, a partire da questa critica, non vengono proposte alternative reali dai francofortesi: la soluzione, parrebbe (non è facile infatti cogliere un senso preciso nello sproloquio di Adorno-Habermas), starebbe nel riconoscere l’inserimento dello scienziato sociale nello stesso contesto sociale che sta studiando, e ridursi quindi ad “aderire” alle categorie già presenti nell’oggetto-soggeto (unito da una fantomatica dialettica). In che modo, poi, l’aderenza totale al proprio oggetto possa portare a teorie che vi scavino sotto (o sopra, come nell’inverificabile teoria idealistica della “totalità”) resta un mistero (Statera notava qualcosa di simile riguardo a Giddens secondo cui, a causa della “natura ontologica del comprendere”, cadeva la distinzione tra scienziato sociale e soggetto sociale, rendendo le categorie del sociologo niente più che una “rapina” del senso comune). Sembra di vedere anticipate le “intuizioni” del Giddens di qualche lustro dopo (la famigerata doppia ermeneutica), in un misto di marxismo, fenomenologia ed etnometodologia, che però non provvede ad alcuna alternativa effettiva nelle modalità della ricerca sociale, se non con una confusa quanto compiaciuta filosofia. Ci sarebbe altro da dire sul dibattito sull’avalutatività, se non fosse questione (questa volta giustamente) controversa. Si può solo notare come Habermas non ci spieghi perché, se fatti e valori sono così intrecciati tra loro, sarebbe da preferire il loro metodo rispetto a quello “positivista”, o, contrariamente, se non si debba cadere in qualche forma di relativismo (in quanto ogni conoscenza fattuale è non solo indirizzata - il che, weberianamente, è più che normale - dagli interessi del ricercatore, ma addirittura costruita in un certo modo, incorporando nel “fatto” crudo interessi di classe o altro). Insomma, la cesura che mi sembra delinearsi tra le due scuole di pensiero (pari a quella attuale, pur essendo cambiati i contendenti) non è tra due “paradigmi” concorrenti (non perdonerò mai ai manuali di sociologia, anche quelli più brillanti, il fatto di scrivere a pagina 3 sistematicamente come la sociologia sia una “scienza multi-paradigmatica”), ma tra chi accetta di confrontarsi con criteri scientifici e chi tende a far altro (di solito della mediocre letteratura). »

La casta. Così i politici italiani sono diventati intoccabiliLa casta. Così i politici italiani sono diventati intoccabili
di G. Antonio Stella, Sergio Rizzo - Rizzoli
  • Prezzo: € 18.00
  • Nostro prezzo: € 17.10
  • Risparmi: € 0.90 (5%)
3.0Il teatro, 03-09-2010, ritenuta utile da 3 utenti su 5
« Un libro "d'inchiesta" (meglio dire d'archivio) che, documentando malversazioni e ruberie dei pubblici amministratori, pare assolvere in toto chi spartisce 50-50 la responsabilità del sistema politico clientelare tracciato: gli italiani. Diventato immediatamente un best seller, grazie anche a quella larga fascia di lettori generalmente disinformata, indifferente o menefreghista, che, finalmente, con un picco di "impegno" a buon mercato, può mondarsi, fino al prossimo libro "d'inchiesta", dalle colpe che porta sulla gobba. Puntare il dito (solo) contro il "ceto politico" per lavarsi via decenni di indifferenza e fruizione di clientele è geniale. Gramsci vaticinava: "odio gli indifferenti", sono quelli che non si sentono minimamente colpevoli quando tutto va a rotoli. Degno best seller per un paese di cialtroni. »

A qualcuno piace caldo. Errori e leggende sul clima che cambiaA qualcuno piace caldo. Errori e leggende sul clima che cambia
di Stefano Caserini - Edizioni Ambiente
  • Prezzo: € 20.00
4.0Ottima introduzione, 03-09-2010
« Piacevole libro, dettagliato (anche se a volte non dettagliato quanto mi sarei aspettato), che ha avuto l'indubbio pregio di introdurmi a un argomento che fino ad oggi ho preferito tralasciare, e fornirmi qualche "anticorpo" verso il bombardamento mediatico, in un senso e nell'altro, rispetto ai cambiamenti climatici. Non si fissa sui dogmatismi e ricorda lungo tutto il percorso come l'impresa scientifica si nutra di dubbi e, nelle sue versioni non volgari, non si arroghi la capacità di certezza infallibile (à la Popper), ricordando allo stesso tempo come un sano scetticismo non debba perdersi nelle sacche di una giocosa contemplazione. Decisamente consigliato a chi intende avvicinarsi al problema. »

Il delitto perfetto. La televisione ha ucciso la realtà?Il delitto perfetto. La televisione ha ucciso la realtà?
di Jean Baudrillard - Cortina Raffaello
  • Prezzo: € 18.00
  • Nostro prezzo: € 17.46
  • Risparmi: € 0.54 (3%)
1.0Le "sociologue" français , 03-09-2010
« "Un nuovo spettro di dispersione è apparso, e in questo gioco sessuale a bassa definizione sembra proprio che passiamo dall'estasi alla metastasi, quella di innumerevoli piccoli dispositivi di trasfusione e di perfusione libidinale - microscenari della non sessualità e della transessualità in tutte le sue forme. Risoluzione del sesso nei suoi membri sparsi, nei suoi oggetti parziali, nei suoi elementi frattali"

O come cesellare un pastone formalistico privo di referenti da poche nonchè banali idee. La prossima volta che sento definire Baudrillard "sociologo francese", giuro, rompo qualcosa. »

Material Markets: How Economic Agents Are ConstructedMaterial Markets: How Economic Agents Are Constructed
di Donald MacKenzie - Oxford University Press, USA
  • Prezzo: € 52.64
2.0"Scienza" sociale?, 03-09-2010
« Etnografia di un hedge fund: "In una stanza stanno cinque opearatori e sei computer. Ogni tanto il Trader A legge qualche notizia da Bloomberg, o manda qualche mail per consigliare ufficiosamente un acquisto di opzioni. Ogni tanto scarabocchia su un post-it". Pur se scimmiottati, i Social Studies of Finance, come ne escono da questa raccolta di articoli, pare si riducano a non molto più di questo: una serie di resoconti para-giornalistici infarciti di concetti dei Social studies of science. In "The big short" di Mike Lewis (che fa il giornalista) si trovano etnografie decisamente migliori. Ho sempre trovato l'approccio etnometodologico di una pochezza sostanziale disarmante: non sarò un esperto degli SSS, ma se il risultato di ricerca più eclatante è la scoperta che gli attori economici non sono figure astratte, ma attori con contatti personali e che utilizzano dei computers (il che comporta delle ovvie conseguenze), di certo continuerò a non avere difficoltà a mantenere il mio afflato anti-fenomenologico (fondato su una salutare ignoranza, a parte qualche periodica incursione quale questa, della maggior parte della letteratura in questione). »

Saggio sul dono. Forma e motivo dello scambio nelle società arcaicheSaggio sul dono. Forma e motivo dello scambio nelle società arcaiche
di Marcel Mauss - Einaudi
  • Prezzo: € 16.50
  • Nostro prezzo: € 15.67
  • Risparmi: € 0.83 (5%)
4.0Introduzione da saltare, 03-09-2010, ritenuta utile da 1 utente su 3
« Peccato per l'introduzione di Aime. Non è difficile cogliere la patente contraddizione nel dire "il dono si nasconde nelle pieghe delle nostre azioni e non ci accorgiamo che molte di queste non sono affatto mosse da logiche utilitaristiche. Intendiamoci, non utilitaristiche non significa gratuite. Il dono non è mai gratuito". Mi sembra che l'allegra comunità degli antropologi (e di tanti sociologi) si opponga alla "logica utilitaristica" senza averne mai capito un acca, per semplice piglio ideologico o per ragioni politiche. Forse quando capiranno che "utilità" non è sinonimo di "guadagno monetario", e può tranquillamente comprendere (vedi Becker) solidarietà e creazione di obbligazioni (vedi Coleman), smetteranno di inventare "terze vie" e impianti concettuali del tutto congruenti con l'utilitarismo ma "moralizzati" togliendo quella brutta parola.
Unitamente ad altre allegre baggianate sulla mancanza di creditodebito nelle strutture familiari dispiace, purtroppo, che sia accompagnata a un testo fondamentale come questo un'introduzione caratterizzata da tanta pochezza. »

L' atomo sociale. Il comportamento umano e le leggi della fisicaL' atomo sociale. Il comportamento umano e le leggi della fisica
di Mark Buchanan - Mondadori
  • Prezzo: € 18.00
3.0Piacevole svago, 29-08-2010, ritenuta utile da 1 utente su 1
« Lettura (divulgativa) molto piacevole e ricca di riferimenti bibliografici. Purtroppo nella sostanza non sono presentate grandi novità, nè Buchanan arriva a trarre conclusioni di qualche rilievo (oltre all'exhortatio finale a un rinnovato impegno nella ricerca delle leggi del sociale in analogia con le scienze naturali). Sinteticamente i limiti sono i seguenti:
1) La critica (più che meritoria) alla sociologia ermeneutica sembra copiata parola per parola da "Anatomia del sociale" di Hedstrom: non pare esserevi una conoscenza effettiva dell'autore del paradigma criticato come inconcludente (conoscenza presente invece nel libro-manifesto del sociologo svedese);
2) Viene lodato l'approccio di sociologia analitica come l'unico epistemologicamente desiderabile (e qua concordo), ma successivamente l'enfasi è posta sulla ricerca delle leggi sociali, mentre la sociologia analitica critica propriamente un'enfasi eccessiva sull'approccio nomologico in favore di spiegazioni meccanico-causali;
3) Vengono presentate una serie di prospettive teoriche (prospect theory, behavioral economics, evolutionary game theory, economia sperimentale, agent based models, ...), come potenzialmente in grado di rivoluzionare e innovare le scienze economiche e sociali a partire da oggi stesso: tutto bene, se non fosse che non si tratta di recenti scoperte, ma di idee in circolo già da 30-40 anni (e, da più parti, ritenute insoddisfacenti);
4) Nonostante l'intero libro si ponga come una critica (meritoria) all'economia neoclassica ortodossa, nel finale, col richiano alla legge di potenza paretiana come "modello" per successive ricerche sociologiche, Buchanan sembra in realtà riadagiarsi nel placido mondo delle funzioni di produzione (o di che altro) dell'economia neoclassica tanto criticata che, per tornare all'inizio, descrivono ma non spiegano. »

Il sacco del nord. Saggio sulla giustizia territorialeIl sacco del nord. Saggio sulla giustizia territoriale
di Luca Ricolfi - Guerini e Associati
  • Prezzo: € 23.50
4.0Maneggiare con (critica) cautela , 29-08-2010, ritenuta utile da 7 utenti su 8
« Il giudizio complessivo è positivo. Ritengo fondamentale liberarsi dall'onda lunga del meridionalismo classico del "sud sfruttato" senza altre qualificazioni, e lo specificare dei criteri metodologici per apprezzare il tenore di vita effettivo delle varie regioni del paese è un passo fondamentale. Rimango comunque perplesso rispetto a un paio di criteri metodologici adottati da Ricolfi.
a) Nel gianduiotto 4 si arriva alla conclusione che il tenore di vita del Sud è superiore del 13% rispetto a quello del Nord. Mentre sarebbe inferiore considerando esclusivamente potere d'acquisto e consumi pubblici, si impenna aggiungendo il valore del tempo libero. Partendo dall'assunto neoclassico di base secondo cui chi non lavora lo fa perchè il salario di mercato è inferiore al proprio salario di riserva, il valore del tempo libero viene calcolato moltiplicando il salario di riserva nazionale per il monte ore non lavorate (cioè le ore in meno rispetto alla regione con maggiore tasso di occupazione). Tale operazione non tiene conto del fatto che se il tempo libero è causato da disoccupazione involontaria, e non da una scelta ottimale di allocazione del tempo tra lavoro-consumi e tempo libero, difficilmente tale tempo libero potrà essere considerato un "valore", andando così ad aumentare il tenore di vita. Dal momento in cui il maggiore tenore di vita del Sud calcolato da Ricolfi deriva esclusivamente da un valore complessivo apportato dal tempo libero che è quintuplo rispetto al Nord (visto i divari del tasso di occupazione tra le due macro-aree), l'affermazione mi sembra per lo meno discutibile.
b) Nel calcolare il credito del Nord rispetto al Sud si assume un livello di "ultra-solidarietà" considerato come una spesa pubblica (discrezionale) pro capite omogenea per ogni regione. Questo non tiene conto del fatto che una spesa pubblica solidale dovrebbe in realtà distribuire più risorse pro-capite laddove più c'è bisogno (cioè dove la platea dei bisognosi, a parità di popolazione, è più ampia), e meno dove non c'è bisogno, e non un ammontare p.c. identico. Se al Nord funziona meglio il mercato, è ovvio che la necessità di assistenza welfarista dello stato è inferiore, mentre al Sud, dove ad esempio la povertà è più alta e il mercato quasi non esiste, la spesa pubblica sarà necessariamente più alta, in quanto è maggiore la platea di cittadini che necessitano di misure di assistenza (e questo a prescindere dagli effettivi livelli di spreco o truffa: il punto è su cosa, in una situazione ideale, si debba intendere con "solidarietà"). »

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