Ricerca Veloce:    
Ricerca Avanzata
 
Vedi la classifica degli opinionisti

Tutte le recensioni di B. Settimj

Ipazia. Vita e sogni di una scienziata del IV secoloIpazia. Vita e sogni di una scienziata del IV secolo
di Adriano Petta, Antonino Colavito - La Lepre
  • Prezzo: € 22.00
  • Nostro prezzo: € 18.70
  • Risparmi: € 3.30 (15%)
5.0
Da studiare nelle scuole, 03-06-2011
«Succede che a casa nostra - questa Italia a laicità controllata ma ora ben poco garantita del Centocinquantenario - si cerca di negare l'esistenza di un fondamentalismo clericale (di proposito non lo chiamo cattolico) che, nel corso dei secoli ed esclusivamente in ragione del proprio potere, ha disseminato di raccapriccianti assassini (Inquisizione e roghi vari) ed impervi ostacoli il cammino della ragione umana: con l'opposto risultato di compromettere gravemente il cammino della ragione dei cattolici, se non quello dell'intera cristianità. Basta condiderare che anche oggi. Ovunque nel mondo permangano sacche di puro potere clericale, lì si scopre sorprendentemente arduo l'esercizio quotidiano delle stesse libertà di pensiero e di azione garantite dalle rispettive costituzioni statali. Esempi, apparentemente trascurabili ma solo adeguati ai tempi, ne sono state, a casa nostra, le difficoltà di diffusione e gli ostracismi clericali che ha dovuto affrontare il film "Agorà" di Alejandro Amenabàr, che ha cercato di diffondere la storia del davvero truculento "martirio" (dal greco "martyr", ossia "testimone") della grandissima scienziata e filosofa alessandrina Ipazia (370 - 415 d. C. ) perpetrato dai pii scherani del vescovo Cirillo: la medesima persona oggi più di allora venerata come grande Santo liturgico da quegli stessi "teodem" nostrani, che infatti non si sono vergognati di accusare di assassinio il padre di Eluana Englaro, la cui angosciante vicenda è nota a tutti.
C'è da impazzire di rabbia a vivere oggi in questa Italia politicamente e culturalmente così arretrata: all'ultimo posto in Europa e molto indietro nel mondo intero, altro che chiacchiere. Considerazioni analoghe ma molto più autorevoli e circostanziate le trovate a corredo del libro che è anche scritto molto bene e ci insegna tra l'altro come in Egitto era più avanzata di oggi la società civile nel V secolo d. C. Leggiamo quindi tutti, ma proprio tutti, questo libro, anche perché in questa nostra situazione patria è un suicidio culturale ignorare storie come quella di Ipazia e anche di San Cirillo. »

Non è un paese per vecchiNon è un paese per vecchi
di Cormac McCarthy - Einaudi
  • Prezzo: € 12.00
  • Nostro prezzo: € 9.00
  • Risparmi: € 3.00 (25%)
3.0
Non male, ma per palati forti, 28-05-2011
«Vi ricordate l'inossidabile storiella del Cavaliere Nero narrata dal mitico Gigi Proietti? (casomai vi servisse una rinfrescatina, su YouTube ne trovate diverse versioni). Ora leggete pure senza pensarci troppo questo ottimo noir, ma poi ditemi se il truce protagonista Chigurh e il Cavaliere Nero non si somigliano come due barili di sangue e frattaglie. Anche Chigurh appena incontra qualcuno, spesso colpevole solo d'essere vivo, con una sventagliata di mitra lo riduce subito ad un innaffiatoio, oppure lo promuove a carne bovina con il suo inseparabile punteruolo da mattatoio ad aria compressa. Che bisogna dire è un arnese completo di compressore e quindi piuttosto ingombrante: e quindi l'arguto lettore è portato subito a pensare che tutto quell'armamentario obsoleto serva soltanto a terrorizzare gli altri, i lettori più ingenui, ma non certamente lui, l'arguto, che ha capito che è solo scena. Invece ogni sarcasmo svapora come il fumo criminale di una sigaretta nello smog naturale cittadino, quando poi si scopre che quel pistone serve anche da passepartout all'ingegnoso killer per entrare, appunto, da per tutto. Comunque troppe trippe sparse per i miei gusti, troppa violenza gratuita, ma forse deliziosa per i palati abituati a quelle pietanze. Da parte mia aggiungo soltanto che vedere perfino gli specchi imbrattati di materie cerebrali fa riflettere, malamente, sulle aberrazioni umane.
Non posso concludere però tacendo delle numerose pagine in cui è il buono ed onesto sceriffo a raccontare le proprie malinconiche ma anche consolanti vicende personali, in quanto rivelatrici comunque di più normali e sovrastanti scelte di vita basate sugli affetti familiari e in un certo senso sulla scommessa anche se dissennata di una loro longevità. Sono riflessioni tutt'altro che peregrine, vere boccate d'ossigeno fra tanta cattiveria, leggetele, sono in corsivo, le trovate subito. »

La scopa del sistemaLa scopa del sistema
di David F. Wallace - Einaudi
  • Prezzo: € 20.00
3.0
Va letto, molti dicono che è un capolavoro., 22-05-2011, ritenuta utile da 2 utenti su 2
«Come si fa a negarlo, che DFW sia un genio. E' così vistosamente diverso da un impiegato del catasto... Oddio cosa ho detto, forse i catastali si offenderanno. Ma non tutti, nemmeno tanti, anzi una esigua minoranza. Solo quel pugno di imbecilli, in fondo rari nella loro purezza, che si ritrovano in qualsiasi categoria di lavoratori o di fannulloni, e sempre pronti ad offendersi in nome e per conto di maggioranze decisamente più intelligenti di loro, tanto da non offendersi. E semmai esistesse davvero una categoria di puri idioti permalosi, sarebbe sicuramente quella dei politici: senonché loro sono costretti ad offendersi per difendersi, ne va del prestigio personale, una corsa prepagata alla visibilità, quindi niente idiozia pura, è proprio il mestiere che impone a ciascuno di loro di essere costantemente "più" visibile degli altri, semmai è tutto quel mestieraccio intero ad essere idiozia pura. Ma è lo stesso mestiere di vivere ad essere oggi è un po' ovunque inteso come perenne competizione, dalla culla alla bara, tanto che negli Stati Uniti pare sia la prima cosa che si insegna ai neonati, anche se il vero guaio è che quegli asili nido del cuculo si sono ormai diffusi in tutto il mondo cosiddetto libero: libero e fiero d'essere diventato un demente bulimico in angosciosa e perenne ricerca di sazietà. Saziarsi di felicità, che cosa idiota.

L'infelicità tautologica di questa disperata way of life si riflette pienamente nello stile e nel vocabolario narrativo di DFW. Infatti non esistono gerarchie intellettuali tra i vari personaggi, tutti ugualmente oppressi dall'eterno presente della fugacità di una vita indecifrabile, o della indecifrabilità di una vita fugace: quindi pensarci sopra non si ha il tempo né serve a qualcosa, idioti e geni tutti nello stesso calderone, tant'è. Così, anche se i frequentissimi dialoghi che sostengono quasi esclusivamente la narrazione in realtà un solo incessante monologo dell'Autore (ma in fondo è così in ogni romanzo, non vorrei aver scoperto l'acqua calda) - abbondano di riflessioni e impulsi emotivi variegati, nessun personaggio ne esce definitivamente e immediatamente riconoscibile come protagonista o comprimario, tutti i personaggi mancano appunto di personalità, e quindi i loro discorsi risultano in un certo senso anonimi, privi della necessaria "autorevolezza", e possono finire con l'annoiare: non per niente le figure e non i dialoghi sono il fondamento dei fumetti e dei fotoromanzi. Anche DFW ad un certo punto deve essersi posto il problema di questa carenza di richiami autenticamente "vivaci" nel gelo dei suoi laboratori di cervelli in salamoia, e allora qua e là ha strafatto di ridicole ridondanze barocche alcune scene con il risultato di frustrarne ulteriormente i tentativi di immedesimazione da parte di molti lettori. Quando per esempio ho letto che il personaggio principale, una donna, Lenore, "... Si sporse sulla poltrona di juta bianca fino a trovarsi col viso esattamente perpendicolare al tavolino. Nel vino scorse un po' di Lang cioè il suo amante, vago e scintillante, con schegge metalliche negli occhi, in tutto quel giallo... Il vino sguazzò nel bicchiere; Lang si sbriciolò in frammenti che non combaciavano... Lang tolse la gamba dal tavolino, e si sporse anche lui, finché la sua testa fu accanto a quella di Lenore, con una grossa ciocca dei capelli di lei ciondolante nell'aria fra loro due... " - insomma vi risparmio che cosa poi ci ha fatto Lang con quella ciocca per quasi un'altra pagina, ma a me è venuta quasi l'orticaria. Per fortuna stavo a pag. 480, e dopo un'ulteriore ottantina di pagine di ammiccanti elucubrazioni sul nulla, il libro si è definitivamente concluso, per fine scrittura, sull'ultimo nulla di una frase lasciata argutamente a metà, ma proprio per questo densa di... »

La vita istruzioni per l'usoLa vita istruzioni per l'uso
di Georges Perec - BUR Biblioteca Univ. Rizzoli
  • Prezzo: € 9.90
  • Nostro prezzo: € 8.42
  • Risparmi: € 1.48 (15%)
5.0
Capolavoro da centellinare., 06-05-2011
«Tempo fa una lettrice - in una sua liberatoria ma conciliante (3 pallini) recensione del poco già letto, ma sicuramente in vista di una sua volenterosa ripresa dell'inizio del compimento della lettura - diceva appunto di avere appena cominciato la lettura di questo libro trovandola (istintivamente?) piacevole, ma di essersi arenata, per grave carenza di "riferimenti", di fronte alla sua impossibilità di capire "chi è la voce narrante". Cerco di rispondere, anche se in questo caso non credo sia illuminante l'identità del Narratore.
Comunque, data l'onniscienza qui dimostrata dal loquente, a mio avviso la voce narrante non può che essere quella del Dio-Cui-Non-Cade-Foglia-Che-Lui-Non-Voglia; voce cui potrebbe corrispondere, per i non credenti, quella del Mossad, oppure altra a scelta, ma a vicendevole e sospettosa preclusione, tra FBI o Cia; o altro servizio segreto purché dotato di Google. Scherzo ovviamente, perché perfino a me, nel mio infimo, piace giocare in tutti i sensi con la mia povera lingua: non meno di quanto, risultati a parte, piaccia per esempio fare con la propria ad Eco; e piacque appunto anche a Perec, finché visse, poco purtroppo, con la sua propria splendida e inarrivabile lingua d'origine controllata e garantita. Questo però non è un romanzo, c'è è vero qualche trama privilegiata, ma a tenere banco qui non sono i personaggi in sé ma semmai le loro cose e il luogo, un certo palazzo di Parigi, ove le loro esistenze si sono sfiorate od intrecciate per periodi variabili di tempo. È soprattutto un gioco, un puzzle da comporre, una scommessa dello scrittore sulla propria creatività ed abilità narrativa: e anche una aperta sfida lanciata ai colleghi geni del gruppo Ou. Li. Po (acronimo del francese "Ouvroir de Littérature Potentielle", traducibile in italiano come "officina di letteratura potenziale") , i quali si cimentavano a comporre testi nel rispetto delle regole più strampalate e divertenti. Ne faceva parte, tra gli altri, il grande linguista Raymond Queneau, cui questo lavoro è appunto dedicato dall'autore. Sembrerebbe un gruppo fatto su misura del nostro grande Eco - e Calvino no? - ma ignoro se vi partecipassero.
Sia come sia, ne è uscito un capolavoro per originalità e sostanza narrativa. Non leggetelo frettolosamente perché vi perdereste delle chicche meravigliose, ma al contrario gustatelo con calma a piccole porzioni come si fa con i cibi e i vini sopraffini, non fate i cafoni. »

Un' inquietante simmetriaUn' inquietante simmetria
di Audrey Niffenegger - Mondadori
  • Prezzo: € 20.00
2.0
Ortografia corretta., 30-04-2011
«La trama non è squisitamente originale, e d'altronde questo rischio c'è quando si decide di parlare ancora una volta degli strabilianti fenomeni che possono evaporare da una coppia gemellare monozigotica umana. Tutti già sanno che tutto in questo campo può succedere nella vita, anzi è già successo e sempre succederà. Apparizioni, sparizioni, muore per sempre uno e invece è l'altro, non parliamo di esami e carriere, perfino nei talami nuziali avvengono scambi imbarazzanti. Qui si comincia con due gemelle identiche in tutto, tanto è vero che da ragazze si divertono con astuta originalità a scambiarsi i ruoli, e dài oggi dài domani una rimane incinta del fidanzato dell'altra, chi l'avrebbe mai detto. Ma lui era ubriaco e lei non era lei ma l'altra, così quella che era incinta ma non amava lui decide d'accordo con la gemella di sposare lui che amava, è vero, l'altra ma credeva che fosse lei anche se era ubriaco, tanto è vero che si erano già sposati: quando si dice un bravo ragazzo. Però lui non ha neppure un gemello e così quando dall'atto impuro nascono due ulteriori maledettissime gemelle, a lui poveromo tocca tenersele tutte e tre lì in America dove era scappato con quella che aveva sposato e messa incinta, ma non era lei. Come nome, ovviamente, non come persona, altrimenti non avete capito proprio niente. Poi le gemelle crescono un po' e la vera madre col nome sbagliato le porta a far conoscere la nonna che sta a Londra e così succede che... Ma non ve lo dico per non rovinarvi la suspense. Aggiungerò soltanto che la storia si popola subito di fantasmi, compreso quello di una gattina usata maldestramente come cavia, ma purtroppo neppure questi fantasmi decollano, perché quando non sono impegnati ad entrare e uscire da corpi surgelati, preferiscono dormire in un cassetto fuorimano anziché andarsi a sgranchire le muffe al sole. Così invece il tutto rimane proprio desolante, senza sole, e pazienza se l'etimologia non è quella. Preferite forse "devastante"? »

UnderworldUnderworld
di Don DeLillo - Einaudi
  • Prezzo: € 16.50
  • Nostro prezzo: € 12.38
  • Risparmi: € 4.12 (25%)
3.0
Da leggere pazientemente, ne vale la pena, 26-04-2011
«Forse non ha senso chiedersi se questo romanzo sia o non sia un capolavoro come dicono in molti e negano altri, ma per quanto mi riguarda posso intanto dire di avere trovato strepitosa la traduzione che, di un testo certamente arduo da mantenere così vivo nelle sue licenze gergali di origine, ci ha regalato la bravissima Delfina Vezzoli (e sia lode per questo anche all'inossidabile prestigio della Einaudi che non risparmia sui traduttori). Ma di notevole interesse sono anche gli eventi storici, nonché l'ambientazione sociale e politica che fa da sfondo e insieme giustifica l'accanimento per il possesso di una pallina da baseball, promossa dall'avido fanatismo anonimo dei fans a prezioso cimelio di un fuoricampo storico, a venerata propaggine mistica dei muscoli di un campione, ad orgogliosa ma lancinante testimonianza che quel "loro" irripetibile trionfo di eterni diseredati soltanto sogno non fu. Il risultato concreto è una lettura full immersion, mozzafiato, del prologo e fino all'inizio della seconda parte; ma poi, in parte per la sazietà provocata dalla stessa inalterata perfezione del linguaggio, ma soprattutto per la trovata ad effetto ma dispersiva dell'Autore di procedere bruscamente per spezzoni a ritroso nel tempo, la lettura cessa d'essere fluida e coinvolgente per divenire presto stancante a causa della difficoltà di riconoscere e risalire i singoli dislivelli spaziotemporali della narrazione: la quale, a sua volta, finisce col cedere gran parte del suo fascino seguitando a fingere spontaneità ormai logore, come un attore che insista a riprodurre sullo specchio di casa le sue già leggendarie interpretazioni di un copione classico. Nel caso specifico bisogna poi considerare che novecento pagine di spartito da digerire sarebbero veramente troppe perfino per un'opera lirica, anche se l'introduzione fosse splendida, ma poi le singole vicende musicali tardassero indefinitamente a rivelarsi. L'entusiasmo per la genialità di un'ispirazione può davvero trasformarsi in noia esiziale per gli altri - quando per via si tramuta in una serie esagerata di genuflessioni alla propria creatività e il Genio finisce col non gettare più niente nel cestino. Per questi motivi io non me la sento di dare al romanzo un voto diverso da quello medio, da innalzare a piacere se il lettore è dotato di raffinata pazienza, o da abbassare nel caso inverso. »

La vista da Castle RockLa vista da Castle Rock
di Alice Munro - Einaudi
  • Prezzo: € 12.00
  • Nostro prezzo: € 9.00
  • Risparmi: € 3.00 (25%)
4.0
Un bel panorama., 20-04-2011
«Grande prosa scorrevole, tante piccole storie ottimamente disegnate ma continuamente ritoccate ed arricchite dalla insaziabilità dell'estro e dei ricordi, sovrapposte o contigue ad arte come tessere di un puzzle, a comporre la storia di una persona e dei suoi perché. E' un panorama, come suggerisce il titolo. Quasi un libro fotografico, tanti quadri autonomi con didascalie discorsive, limpide descrizioni di ambienti fisici e psicologici, istantanee ove lo scorrere del tempo può essere ignorato oppure ricostruito a piacere dall'osservatore a seconda delle proprie esigenze interiori. Nulla di personale verrebbe da dire: ammiri la forza del salmone che risale le rapide, trepidi con lui se vedi l'orso in agguato, ma poi tutto finisce lì e non ha senso accanirsi a chiedersi come è cominciata e come sia andata a finire quella singola vicenda. Infatti non c'è mai proprio nulla di nuovo da scoprire nella vita, perché a pensarci bene tutto già nasce storia perfetta in sé, ma finisce di esserlo proprio nel momento stesso in cui ci affanniamo a risalirne od allargarne i tempi e i perché, quasi a nobilitarne le vicende. Ansie che non si trovano in questo bel libro, che pure è di memorie personali, ed ecco perché dico che mi è tranquillamente piaciuto, e basta. »

La città della gioiaLa città della gioia
di Dominique Lapierre - Mondadori
  • Prezzo: € 10.00
5.0
Da leggere sempre., 12-04-2011, ritenuta utile da 1 utente su 2
«"La città della gioia" è assolutamente un libro da non perdere, punto. E davvero potrei fermarmi qui, considerando anche che il libro non ha certo bisogno della mia benedizione avendo già venduto negli anni milioni di copie in tutto il mondo, e seguitando a venderle con la silenziosa periodicità dei capolavori. Infatti qui in fondo ne parliamo soltanto a proposito di una recente - e periferica - ristampa. "Periferica", intendo, rispetto al mondo intero della cultura, e non nel senso di periferica in quanto, chessò, edizione minore nell'ambito della sola editoria italica: tutt'altro. Siamo noi italiani tutti che stiamo regredendo vistosamente a periferici, rispetto innanzi tutto alla nostra stessa gloriosa ma sparpagliata tradizione puramente culturale, ma anche, e piuttosto ingloriosamente, rispetto ai nostri stessi faticosi adeguamenti di cultura civile e soprattutto politica unitaria al "resto" delle più consolidate nazioni e civiltà dei cosiddetti primi due mondi: forse meno geniali ma molto più seri di noi. Noi non riusciamo ancora a far parte a pieno titolo del primo mondo (o stiamo proprio "ri-uscendo"?); dal secondo, quello paracomunista, ci ha sempre guardati la divina provvidenza; dire che apparteniamo al terzo mondo sarebbe un peccato di orgoglio, perché allora in quanto terzi saremmo indiscutibilmente primi (nel senso che fossimo veramente Zimbabwe o Haiti saremmo "una squadra fortissimi", come insegna Checco Zalone). Forse stiamo usando la nostra inesauribile genialità per donare al mondo tutto un altro mondo, né primo né secondo né terzo, ma neppure quarto, un mondo al di fuori del mondo. Un mondo tipicamente italiano, soltanto nostro, abitato da un popolo che non è popolo, un popolo colto ma becero, ricco ma povero, onesto ma ladro, geniale ma stupido, che da centocinquanta anni si aggira freneticamente immobile tra le maestose rovine posticce di una Torre di Babele, ma anche di Pisa, eternamente pendente sulle opulente e chiassose miserie intellettuali e umane che oggi governano l'Italia.

Esattamente l'opposto di quelle silenziose figure di eroi e di santi che armati soltanto di forza d'animo e di ossa, come ci dice Lapierre, trascinano quotidianamente pesanti risciò, per poi tornare a sguazzare tra i flutti pestiferi delle fogne a cielo aperto e lottare contro topi vivi o morti, pur di riportare in salvo quel pugno di riso che serve a chi veramente serve, che sia un familiare oppure no. Perché lì nella Città della Gioia è importante che nessuno rimanga proprio senza niente, la sola cosa che conta veramente tra i poveri più poveri è l'Amore. Lì, finalmente, si dimostra che ha ragione Gesù. »

Il gioco dell'angeloIl gioco dell'angelo
di Carlos Ruiz Zafón - Mondadori
  • Prezzo: € 22.00
  • Nostro prezzo: € 18.70
  • Risparmi: € 3.30 (15%)
2.0
Tanto vale questo gioco dell'angelo, 04-04-2011, ritenuta utile da 6 utenti su 8
«Chi desidera oggi provare le voluttà infernali dell'horror e perché no del gotico, non credo abbia bisogno di affrontare le banali insidie itinerarie di uscire a comprarsi un libro, ma per saziarsene gratis e senza rimuovere neppure una chiappa dalla rassicurante dimora della sua snack-chair, gli sarà sufficiente perseverare q. B. Con il quotidiano zapping da ebete davanti alla tv, e tra realtà e reality avrà presto tutte le soddisfaziomi che si merita. Dicendo questo non voglio tanto criticare nel caso specifico questo ulteriore libro di Zafòn basato sulla sua felice e premiata intuizione del Cimitero dei Libri Dimenticati, quanto esprimere il mio personalissimo ma crescente fastidio per la asfissiante produzione editoriale dissipatrice di milioni di metri cubi di buona carta (occhio al crescente numero medio di pagine delle più recenti "novità" editoriali: fosse questione di contributi governativi? ) , guardando troppo spesso alla spendibilità all'ingrosso degli autori in termini di ritorni mediatici e di cortesie istituzionali, piuttosto che alla autenticità degli autori e al valore letterario o scientifico delle singole opere. Invece ormai perfino il mestiere del ghost-writer - il lavoro nero per antonomasia, pruderie a parte c'è chi li chiama tuttora negri - viene esibito con orgoglio o con rassegnazione sui curriculum e sui biglietti da visita, ma senza sbandierare dio ci scampi i nomi famosi dei padroni committenti. Altro discorso è poi con quale arroganza, soprattutto i più notoriamente ed esaustivamente impegnati di questi oligarchi del potere politico-mediatico, si presentino con assillante frequenza sia in appositi salotti che in oblique comparsate televisive a rivendicare l'esclusiva paternità di così impegnativa progenie: tanto che si potrebbe perfino ipotizzare l'esistenza di un racket, anche se io personalmente rifiuto con sdegno tali volgari insinuazioni, come direbbe Benigni.

Tornando al romanzo di Zafòn (dove però il discorso sui ghost-writer non c'entra ma andava fatto) bisogna tuttavia ammettere che esso è scritto - e tradotto, non dimentichiamolo - senz'altro bene sotto il duplice aspetto della scioltezza del linguaggio e anche della scorrevolezza del racconto, in quanto non ci sono tutte quelle furbastre frantumazioni scopo suspense che servono solo ad infastidire e stancare i lettori meno vispi. Però esso soffre di alcuni difetti di fondo, a partire da una diffusa sensazione di déjà vu che permea ambientazione e scenari: il quadro di una Barcellona così a tinte fosche era già stato dipinto anni fa nelle sue cerebrali ma fortunate elucubrazioni sociopoliziesche dal predecessore di Zafòn, Francisco Gomez Ledesma. E anche Zafòn è troppo cerebrale, al punto di appiattire poco credibilmente i personaggi su una stessa frequenza intellettuale alquanto sofisticata, un po' come succede nei dialoghi didattici di Galilei o di Leopardi, dove non importa chi lo dice purché lo dica. Per non parlare del finale del romanzo, assolutamente incredibile nei suoi contorcimenti granguignoleschi, in cui lo scrittore protagonista e Narratore, non appagato per aver mostrato il suo vieto maschilismo per tutto il racconto, si trasforma addirittura in uno spietato e truculento Rambo. Eppure c'è a chi piace tutto questo, anzi sta diventando purtroppo una delle tante redditizie diseducazioni di massa al gusto della cultura: che, come dice il nome, andrebbe coltivata, ma questo costa troppo e rende poco, anzi è un autentico sabotaggio per chi ragiona in termini di profitto e di catene di ebeti di montaggio. Perché perdere tempo con gli oscuri Fratelli Karamazov a riflettere pericolosamente sulle nostre esistenze, quando c'è un solo Grande Fratello sponsorizzatore sponsorizzato che senza nostra ombra di pensiero ci appaga tutti di popcorn e noccioline? Cosa vi debbo dire ancora? A questo punto tanto vale il gioco di questo angelo. »

Troppo umana speranzaTroppo umana speranza
di Alessandro Mari - Feltrinelli
  • Prezzo: € 18.00
  • Nostro prezzo: € 15.30
  • Risparmi: € 2.70 (15%)
3.0
Scrive molto bene ma deve crescere, 22-03-2011
«A parer mio si vede che questo romanzo è l'opera prima di uno scrittore di sicuro talento, ma ancora incapace di sottrarsi a certe ridondanze narrative proprie del neofita che più scrive e più si scopre bravo, e più si scopre bravo e più scrive, intricando di autocompiacimenti i sentieri narrativi: con il risultato di rinviare ed imporre impropriamente al lettore ogni pur necessario sfrondamento orientativo e gustativo. A meno che l'astuto Mari non abbia voluto consapevolmente riproporre le finte ingenuità e le accorte dilazioni proprie dell'ispirazione diciamo cottimale di molti scrittori di successo dei romanzi d'appendice di oltre un secolo fa, senza avere tra l'altro il coraggio di buttare via niente delle accurate ricerche storiche, ma anzi tendendo ad attualizzarle allo spasimo nell'animo del lettore, un po' come succede nei drammi grandguignoleschi: troppo spesso infatti, che si tratti di scene di improrogabile sesso dell'Eroe, oppure di propedeutica battaglia, a riflettere bene si tratta sempre di compiaciute laparatomie. Questo almeno per quanto riguarda la decostruzione del personaggio Garibaldi, quello maggiormente storico, che qui finisce con l'assomigliare più ad un instancabile macellaio dalla tuta eternamente sanguinolenta, piuttosto che ad un intrepido o, se si vuole, temerario artefice di lotte di liberazione di popoli. Degli altri tre protagonisti titolari dei percorsi narrativi, soltanto uno a me risulta storico, e cioè Anita (o Aninha), che ho trovato tutto sommato più credibile, anzi a tratti coinvolgente nella appassionata trasposizione "umana" che ne propone lo scrittore.

La terza è una donna, Leda, dalle vicende un po' arruffate - dovrebbe spiare all'ingrosso un evanescente Mazzini, e nemmeno ho capito perché e chi è il committente, salvo che lei alla fine lo ammazza e grazie proprio a "Pippo" (Mazzini) riesce a salpare per Livorno e si rifà una vita. Il quarto protagonista è un indissolubile binomio ragazzone-mulo, entrambi piissimi e di campagna, più intelligente però il mulo: che infatti si chiama allusivamente Astolfo, mentre il padrone soltanto Celestino, nome anche di un papa fatto santo senza spaccare troppo il capello, come di norma nella Chiesa che non deve chiedere niente a nessuno. Insomma per ora un discreto polpettone - temo purtroppo ammiccante ad un terrificante reality parapatriottico - ma il giovane cuoco promette bene, purché non si rovini, appunto, con le mense aziendali e certi pessimi maestri. »


back
Vai alla pagina: 1 2 3 4 5 6 > »