Ragazzi di vita

Ragazzi di vita

di P. Paolo Pasolini


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Descrizione

Il romanzo, che valse a Pasolini un processo per pornografia e il ruolo di provocatore della società perbenista, racconta la giornata di un gruppo di giovanissimi sottoproletari romani. Mossi da esigenze primordiali (la fame, la paura, la ricerca di solidarietà), i "ragazzi di vita" sciamano dalle borgate della Roma anni Cinquanta verso il centro, in un itinerario picaresco fatto di molteplici incontri, di eventi comici, tragici, grotteschi. I giovani alternano una violenza gratuita a una generosità patetica, compiendo una sorta di rito iniziatico in una Roma contradditoria. Con la prefazione di Vincenzo Carami.

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Voto medio del prodotto:  4.5 (4.4 di 5 su 8 recensioni)


5.0Uno spaccato di Roma, 23-05-2012
di V. Longobardo - leggi tutte le sue recensioni

In Ragazzi di Vita Pier Paolo Pasolini, riesce a fare una foto perfetta della Roma del secondo dopoguerra, vista dagli occhi degli adolescenti del tempo. Leggendo il Libro, con protagonisti per lo più ragazzi di borgata, si riesce a sentire e percepire quel senso di sporcizia, di malessere, della vita tra le viette buie di Roma. Un libro duro, fortemente realista che secondo me andrebbe letto perchè inquadra bene la vita del tempo.

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4.0Uno spaccato della "borgata" romana, 27-03-2012, ritenuta utile da 1 utente su 2
di M. Rossi - leggi tutte le sue recensioni

E' un romanzo molto forte, l'autore utilizza una scrittura particolare perchè si basa anche sul dialetto romano per rendere ancora più realistici gli episodi che si rincorrono nel testo. Il romanzo è una descrizione della miseria in cui vivono i ragazzi romani protagonisti del romanzo, ma accanto alla miseria che rappresenta lo sfondo su cui si svolgono le scene di vita quotidiana, sono narrati episodi in cui emergono due valori importanti: la solidarietà e la vera amicizia.

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5.0Un ritratto autentico , 01-10-2011
di D. Leo - leggi tutte le sue recensioni

Forse ci voleva un non-romano per centrare in pieno la Roma dell'epoca. Uno che ci fosse arrivato "dopo" e che avesse amato la città e la sua gente per confronto e non solo in senso assoluto. E' un pò come quelli che non sono mai saliti a vedersi i tetti dal cupolone perchè "tanto ci sono nati e prima o poi ci andranno, perchè quella è roba da turisti". Così Pasolini ci parla di Roma, e attraverso di essa della società dell'epoca, attraverso gli occhi di un figlio adottivo che ne ha saputo apprezzare l'unicità. Vengono fuori descrizioni particolarissime, mai più ripetute da nessuno, di luoghi, di facce, di dolori e di piaceri. E' un pulsare continuo di passioni, di indecenza, di salute, di ingordigia psicologica ancor prima che fisica, di sesso e sporcizia come parte irrinunciabile della storia di ogni persona. E' un'umanità vera, palpitante, onesta, lontana dai libri e dalla consapevolezza di sè. La morte come possibilità strettamente legata alla vita. La vita come possibilità e basta. Le strade percorse di notte, i tramonti sulla città, gli stormi di uccelli che nei pomeriggi arancioni, ancora oggi, roteano nei cieli della capitale a comporre geometrie imprevedibili, la puzza dei marciapiede. Altra particolarità, l'idioma popolare puntualmente adoperato nei racconti, con tanto di didascalie sul retro, frutto della collaborazione più unica che rara con il regista Sergio Citti, idioma senza il quale quasi niente, del libro, sarebbe vero, o solo reale. La domanda rimane: perchè quest'opera non è un testo scolastico?

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2.0Ragazzi di vita, 25-02-2011, ritenuta utile da 2 utenti su 4
di I. De rossi - leggi tutte le sue recensioni

Mi dispiace, veramente. Per quanto mi sforzi, a quest'opera non riesco a dare più di 2.
Io capisco tutto: il suo genio, il realismo, la verità. Tutto.
Ma questo genere di libri non li ho mai mandati giù e continuo a non saperlo fare.
O forse in verità non capisco.

Non mi piacciono, è così semplice. Non riesco a leggerli, ad andare avanti. Faccio fatica a finirli, proprio fatica.
Penso sia un sacrilegio, 2 stelline a Pasolini. Sono stata combattuta a metterne 3, ma poi non sono proprio riuscita.


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4.0Ragazzi di vita, 11-02-2011
di L. Costa - leggi tutte le sue recensioni

Pasolini con questo romanzo ci porta nella drammatica vita dei ragazzi delle povere borgate romane e ne segue le vicissitudine quotidiane alla ricerca di cibo, soldi e amore. Con un realismo folgorante i personaggi quasi si sentono e si toccano, sono ragazzi drammaticamente veri quelli che lui descrive, pronti a tutto pur di sopravvivere e vivere.

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5.0Un Pasolini indimenticabile, 09-12-2010
di A. Serra - leggi tutte le sue recensioni

La società del proletariato di periferia secondo Pier Paolo Pasolini, con i suoi disadattati, le sua disonestà, la sessualità ostentata. In queste condizioni, la gioventù è marginalista, abbrutita, figlia e complice di un decadimento morale da cui è difficile uscire. Un mondo che Pasolini guarda con attento spirito analitico e appassionata partecipazione.

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5.0Pasolini, 22-09-2010
di G. Marotta - leggi tutte le sue recensioni

Il sentimento profondo è di recitare un ubi sunt per personaggi e luoghi uccisi dalla storia. Poi tutto in me cambia, e penso agli indigenti di Pasolini, i non ancora corrotti, gli ingenui. Mi guardo intorno, dove gli ingenui sono tutti corrotti dalla cultura dominante. E penso al profondo lamento sulle ceneri di Gramsci, amando il mondo che odio, lo scandalo del contraddirmi. E rimango immobile, in silenzio, senza risposta.

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5.0Discorso libero indiretto in PPP, 06-07-2010, ritenuta utile da 1 utente su 1
di G. Locatelli - leggi tutte le sue recensioni

La sorpresa che arriva con "Ragazzi di vita" di Pasolini, è imputabile per esempio all’uso del “discorso libero indiretto”, che manifesta una complicità di Pasolini sia linguistica, con il romanesco dei ragazzi, che umana coi ragazzi stessi. Una confidenza che l’autore si permette su più piani. Se infatti è ben chiara la mano acculturata di chi scrive (ci sono lungo il testo dei riferimenti che personaggi di scarsa alfabetizzazione e scolarizzazione, come quelli del romanzo sono, non potrebbero mai azzardare: uno a Cavour e uno a Crispi. Ma anche – e soprattutto -, banalmente, le descrizioni “pittoriche” dei cieli, dove si nota spirare un vento che continua a essere uguale a quello dell’origine dei tempi, mentre giù tra le borgate è vissuto e zozzo e s’occupa di affari come far sventolare l’angolo scollato di un manifesto appiccicato al muro), se infatti è ben chiara la mano acculturata di chi scrive, dicevo, ancor più chiara è la sua volontà di mimetizzarsi con ciò di cui scrive. Egli scrive di loro non dalla torre d’avorio, ma nemmeno dal loro interno. Per conoscerli, e quindi poterli descrivere, si cimenta col loro linguaggio: ma questa è giusto la funzione – già nota – del discorso libero indiretto; quello che volevo dire è solo questa impressione di complicità, come se P. strizzasse l’occhio ai suoi personaggi, come se da parte sua ci fosse un ”amicarseli” progressivo come accade da parte mia che leggo (è automatico che la parlata romana rimanga in testa – ma direi quasi in bocca – per un po’ anche a me medesimo, che finisco in quanto lettore a replicare la mimesis parziale, tra conservatorismo [la stasi, nell''italiano] e progressismo [il dinamismo, dall'italiano al dialetto, facendoli convivere], dello scrittore. E dicendo questo mi accorgo che proprio tra conservatorismo e progressismo oscilla Pasolini stesso e la sua opera).
Non avendo il tempo né la concentrazione adatta per fare un discorso articolato, mi limito a trascrivere quel paio di descrizioni che m’hanno affascinato.
La prima sta simmetricamente all’inizio e alla fine del settimo capitolo/racconto: “Dentro Roma”. Alduccio, uscendo da (l’inizio) e rientrando a (la fine) casa, incontra il padre ubriaco che compie questo movimento:

Si alzò all’impiedi, e ondeggiando indietro e avanti, fece una specie di ragionamento tutto coi gesti, portò due tre volte la mano dall’altezza del petto all’altezza del naso, poi fece con le dita una piroetta come per indicare un’idea tutta sua che gli passava per la capa: infine, correndo per non cadere, andò nella camera dove Alduccio si stava vestendo, e si buttò vestito sul letto alla supina.

[...]

Barcollando, in mutande e con ancora addosso la giacca nera di lavoro, il padre attraversò la cucina, cieco pel vino che aveva bevuto, coi capelli spettinati e sudati sulla fronte. Stette un poco lì fermo, forse perché s’era scordato che cosa aveva intenzione di fare: poi s’alzò una mano, se la portò davanti alla bocca, e la mosse su e giù, nell’aria, dall’altezza del cuore a un punto indeterminato all’altezza del naso: come sottolineasse un lungo e complicato discorso che non gli usciva di bocca. Alla fine, come s’accorse che non ce la faceva a esprimersi, ripartì di corsa verso il letto.

Non ho capito subito che tipo di movimento fosse. Poi ripensandoci (pensando alle movenze degli ubriachi dei films) mi sono illuminato.

La seconda descrizione non la trovo nel libro, e più cerco di ricordarla per descriverla a mia volta come verrebbe, più mi si nasconde. Tabula rasa. E pazienza.


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