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Passaporto all'iraniana

Passaporto all'iraniana

di Nahal Tajadod

2.0

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  • Editore: Einaudi
  • Collana: I coralli
  • Traduttore: Testi C.
  • Data di Pubblicazione: febbraio 2008
  • EAN: 9788806191313
  • ISBN: 8806191314
  • Pagine: 246
  • Formato: brossura
Vuole tornare a Parigi, dove da molti anni ormai vive, l'iraniana protagonista di questo romanzo. Ma deve rinnovare il passaporto, operazione per quale, anche in Iran, come in ogni paese del mondo, sono necessarie delle fotografie. E proprio nell'atelier Ecbatana ha inizio l'epopea di Nahal, costretta dapprima a sottostare alle severe norme islamiche in fatto di ritratti e poi, assistita da un medico legale che baratta organi e che afferma di avere gli agganci giusti, affrontare la folle macchina burocratica dell'Ufficio centrale dei passaporti di Teheran. Nella sua avventura non sarà però sola, perché con il passare dei giorni, dodici in tutto, il medico intrallazzatore sarà affiancato da un numero infinito di persone che, con motivazioni più o meno filantropiche, si mobilita per aiutarla. Portinai, taxisti, traduttori, burattinai, dietologi, amici, tecnici televisivi, domestiche (e loro figli oppiomani), tenutarie di bordelli, parenti di primo, secondo e terzo grado, insomma mezza Teheran consiglia, critica, offre tè e accetta caffè (francese), corrompe e si fa corrompere, talvolta recita le poesie di Rumi, immancabilmente intavola ta'orof, gli infiniti convenevoli che regolano i rapporti sociali fra gli iraniani.

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Voto medio del prodotto:  2.0 (2 di 5 su 1 recensione)

2.0Passaporto all'iraniana, 25-07-2011
di - leggi tutte le sue recensioni
Si, benino, certo non è un capolavor e la ltteratura araba ha dato molto di meglio. Ma l'autrice dovrebbe capire che essere un'esperta conoscitrice dei rapporti tra buddhismo e misticismo iraniano non significa essere in grado di scrivere un bel romanzo.
Le tre stelle sono per la mole di informazioni sulla società iraniana a cui il libro permette di accedere con levità, senza appesantirsi di malinconia le labbra.
In verità ne consiglio la lettura solo a chi conosce già qualche scrittore iraniano come Abdolah, Nafisi e Ebadi che sono, evidentemente, a ben altro livello.
La Tajadod ha il fortissimo senso di inferiorità tipico dei popoli che si sentono marginalizzati, esclusi dalle grazie dell'occidente (sentimento per nulla riscontrabile nelle opere degli altri autori summenzionati) . In tal modo, perde tempo ad enumerare i successi professionali del marito francese (che, verosimilmente, non ha mai messo piede in Iran) , e a presentarsi come donna scafata d'argent-munita. Mi ricorda assai Kuki Gallman.
In fondo -ma in fondo, eh? A tratti- si avverte l'amore per il proprio Paese; ma è l'amore del forte verso il debole. Solo in ordine sparso ci sono delle gemme, delle vere perle, e le si trova quando l'autrice lascia cadere il velo di spocchia per rivelare il cuore.
Si vede che la signora è una brava persona, ma se lo dice troppo spesso. E la società iraniana ha invece bisogno di persone fiere per rialzarsi: come quelle che in questi giorni stanno facendo la Green Revolution.
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