Ossi di seppia

Ossi di seppia

5.0

di Eugenio Montale


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Descrizione

"Ossi di seppia" è un grande classico, una tappa esistenziale nel cammino della poesia europea del Novecento, un'opera in cui la tensione ininterrotta del pensiero si esprime nella sintesi di uscite folgoranti, ma anche nell'articolarsi per immagini della meditazione lirica. Il libro si propone come strumento non solo di lettura ma anche di approfondimento e studio degli "Ossi di seppia". Il testo, corredato da un cappello introduttivo e da un commento a cura di Pietro Cataldi e Floriana d'Amely, è infatti accompagnato dall'importante saggio di uno dei nostri maggiori critici, Pier Vincenzo Mengaldo da un profilo biografico dell'autore, da una bibliografia sull'opera e da un intervento di un poeta e critico come Sergio Solmi.

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Voto medio del prodotto:  5.0 (5 di 5 su 5 recensioni)

5.0Ossi di seppia, 19-07-2011, ritenuta utile da 1 utente su 1
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Questa Edizione Mondadori della prima raccolta del Poeta è un utilissimo supporto perché fornita di commento in apparato e saggio introduttivo di Mengaldo. Le ventitré liriche, raccolte in otto sezioni (Movimenti, Poesie per Camillo Sbarbaro, Sarcofaghi, Altri versi, Ossi di seppia, Mediterraneo, Meriggi ed ombre) sono forse le più poetiche di tutta la produzione dell'allora giovane Montale.
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5.0Ossi di seppia, 17-12-2010, ritenuta utile da 3 utenti su 3
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Ne ho un meraviglioso ricordo, un libro splendido e ogni volta che lo rileggo penso alla persona che me l'ha regalato. Meraviglioso e delicato.
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5.0Ossi di seppia, 02-11-2010, ritenuta utile da 1 utente su 1
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Sembra quasi che il male di vivere, per Montale, sia un pretesto per mettere in versi, delicati eppure icastici, la sua visione del mondo: di un amore/odio con la natura e dell'impossibilità di godere pienamente delle gioie che la natura avrebbe riservato all'uomo.
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5.0Ripenso il tuo sorriso , 13-09-2010, ritenuta utile da 1 utente su 1
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Inizia così una delle poesie di questo indimenticabile volume. Eugenio Montale affascina con la sua poetica, i suoi correlativi oggettivi, le sue descrizioni del paesaggio ligure, il suo mal di vivere.
Consigliato a tutti
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5.0Ogni lettore, quando legge, legge se stesso, 06-07-2010, ritenuta utile da 1 utente su 2
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Per lungo tempo immaginai un pomeriggio d'autunno e una casa, situata al di sopra di una scogliera, con un grande terrazzo; vi immaginai il padrone di casa - un uomo dal viso scarno e i vestiti sbiaditi per averli indossati troppo a lungo - seduto al centro del suddetto terrazzo, assorto nei suoi pensieri. Immaginai anche quelli: la vista del mare, insolitamente calmo, un enorme tavola azzurra; lo sciabordio delle onde e i resti animali che esse rigettano a terra con moto ininterrotto. Immaginai tutto questo come se fossi davanti ad un insolito e inedito dipinto di Giorgio De Chirico, la stessa immobilità, la stessa tensione metafisica. Immaginai, quindi, che la suddetta grigia figurina fosse un poeta e che stesse volgendo lo sguardo intorno a sé, nella vana ricerca di “una maglia rotta nella rete”, di una inaspettata e casuale rivelazione della ragione per cui vivere. Poi lessi Ossi di seppia e pensai che quando Proust scriveva “ogni lettore, quando legge, legge se stesso”, c’aveva ragione.
Probabilmente il più bel libro in versi del Novecento italiano. Si è parlato di ermetismo e simbolismo - nella fattispecie francese – a mio avviso a torto: Ossi di seppia si avvale di una poesia prosastica, in accordo con la maggior poesia inglese contemporanea; con T.S. Eliot in particolare, con il quale Montale condivide pure il sentimento arido dell'esistenza, l'impossibilità di generare e rigenerarsi. La natura è percepita senza alcuna retorica dannunziana, senza alcuna celebrazione del godimento e del sentimento panico. In queste poesie i semplici oggetti - una foglia morta o una pianta di limone - non hanno alcunché di sensuale o vitale, anzi si ergono a corrispettivi di un sentimento e di una condizione umana arida, disperata e sterile. Prendiamo ad esempio il mare - solitamente simbolo della vitalità che rigenera - qui è visto come un totalità impenetrabile, la quale investe l'io e lo annienta.
La siepe leopardiana che esortava lo slancio immaginifico del poeta qui diventa un muro – con sopra “cocci aguzzi di bottiglia” – invalicabile, ove qualsiasi pensiero è frustrato e il poeta non può che prendere coscienza del “non senso” dell’esistenza. Nessun dolce naufragar, quindi, al massimo si potrà “galleggiare” come relitti e ributtati a terra come i resti di alcuni animali trasportati dalla corrente ma nulla più.
L’unica possibilità di resistere consiste nella “la divina indifferenza” del meriggio, del falco e delle nuvole, i quali ci sono perché devono esserci. In questo senso l’indifferenza è intesa come un bene: il dono dell’incoscienza posseduta da tanti uomini, cioè coloro che vivono senza fermarsi un momento e porsi delle domande circa l’esistenza e le ragioni che la sottendono, coloro che non mettono in discussione l’ovvietà del vivere. Giunto a questa deriva, il poeta perde il suo ruolo di guida, di vate; oggigiorno è inutile chiedere alla poesia delle motivazioni, essa ci saprà rispondere semplicemente ciò non siamo e ciò che non vogliamo.
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