Oltre Babilonia

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4.0

di Igiaba Scego


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Descrizione

Zuhra vive a Roma, fa la commessa in una mega libreria e parla romanesco. Ma la lingua a tratti s'inceppa, perché la sua radice è somala e la sua pelle è nera. Anche Mar è romana e nera, di madre argentina e padre somalo. Non si conoscono, ma entrambe partono per Tunisi a imparare l'arabo, lingua delle origini. Si avvia così una storia vorticosa in cui si mescolano linguaggi, epoche, suggestioni di tre paesi, Italia, Somalia e Argentina. Dalla Roma multietnica di oggi alla Buenos Aires anni settanta, dalla Mogadiscio tumultuosa degli ultimi vent'anni a quella dell'epoca coloniale e dell'indipendenza. A dipanarsi in questi luoghi è il filo di un racconto che passa di bocca in bocca: da Zuhra a Mar, da Maryam a Miranda, le loro madri, e a Elias, il padre di cui niente sanno e che le ha rese a loro insaputa sorelle. Un coro di voci che pagina dopo pagina invita a scoprire se Zuhra ritroverà i colori che non vede più da quando era bambina, se Maryam riuscirà a incidere su quel vecchio registratore le gioie e i rimpianti del suo amore perduto, se Elias saprà spiegare la sua smania di infondere l'Africa nelle stoffe e negli abiti che ne fanno uno stilista di grido. E poi Howa, Bushra, Majid, la Flaca e i cento personaggi che popolano questa Babilonia del terzo millennio.

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Voto medio del prodotto:  4.0 (4 di 5 su 1 recensione)

4.0Oltre Babilonia, 06-04-2011, ritenuta utile da 2 utenti su 4
di R. Pizzardo - leggi tutte le sue recensioni

Sì, c'è qualche spunto molto interessante, ma nel complesso non decolla. La lingua che la Scego sceglie però per la sua narrazione è proprio l'italiano, seclta credo non solo perchè la sente come sua propria lingua, ma anche come una sorta di lingua del colonizzatore e che quindi crea un ponte tra il passato ed il presente. L'italiano è utilizzato con estrema destrezza e precisione (come molti giovani scrittori italiani non sanno fare) anche quando viene "imbastardita" da quel linguaggio parlato ormai così diffuso soprattutto a Roma. La Scego dimostra anche grande conoscenza dei fatti storici non solo della sua terra madre (la Somalia) ma anche dell'Argentina e dell'Italia. Nella sua narrazione realizza inoltre una sorta di parallelismo tra la Somalia dall'occupazione in poi, attraversata quindi dalle disastrose guerre che l'hanno caratterizzata e la caratterizzano con riferimenti a fatti anche recenti come la morte di Ilaria Alpi che viene presentato come un dolore inflitto anche alla comunità somala e che è un omaggio ed un ricordo alla giornalista, al suo lavoro e a Rovatin che con lei si trovava, e l'Argentina del golpe e del dramma dei desaparecido. Narrazione a più voci, che rimbalza e si muove tra madri e figlie ed un padre. Storie che nascono lontano, in Somalia ed in Argentina, per fiorire e forse rinvigorirsi altrove. Uno dei temi cardine della narrazione è la difficoltà di misurarsi con la realtà, di integrarsi senza perdere le proprie radici e la propria identità, ed anche la difficoltà di accettarsi per come si è. Lo smarrimento e la perdita di identità che si genera quando si è costretti a partire dal proprio paese, arrivare in un altro e ricominciare a vivere seguendo un uovo metro, e di come può essere difficile trovare questo nuovo metro, e di come ci si può perdere nelle strade della vita, o in un bicchiere di grappa o di vino, se la distanza tra quello che ci si aspettava e quello che effettivaente si trova è troppa.




4.0Oltre Babilonia, 19-11-2010
di G. Brunieri - leggi tutte le sue recensioni

In questo bellissimo libro, Igiaba Scego affronta tanti temi senza mai perdere il filo o frammentare il ritmo del racconto. Ritroviamo 2 giovani donne e le loro madri che hanno avuto una vita molto diversa ma che sono accomunate da un uomo, ossia il padre delle due ragazze.
Le due sorellastre non si conoscono ma si incontrano casualmente a Tunisi, ma non è questo l'aspetto importante (non aspettatevi una storia alla "carramba che sorpresa! ") .
Zuhra vive a Roma, fa la commessa in un supermercato e cerca di superare il trauma della violenza subita da bambina che le ha fatto perdere la percezione dei colori. Grazie all'aiuto di una psicologa, cerca di ritrovare la fiducia in sé e negli uomini, fiducia portata via da un bidello pedofilo quando era in collegio. Zuhra è somala e non ha mai conosciuto il padre Elias che ha abbandonato lei e sua madre. La madre è una donna fragile che è stata costretta a fuggire da Mogadiscio quando Siad Barre ha preso il potere: si è ritrovata sola e spersa in una metropoli dove l'unico luogo familiare per i somali è la stazione Termini, con l'unica compagnia di una sua cara amica, anche lei profuga. Nei primi anni romani sprofonda nell'alcoolismo da cui uscirà con fatica. Il dialogo tra madre e figlia si è interrotto da anni, o forse non c'è mai stato spazzato via dall'esilio e dalla solitudine. Quando Zuhra parte per Tunisi, la madre vuole ricostruire un dialogo e il suo passato raccontando alla figlia la sua storia e lo fa incidendo delle cassette.
L'altra ragazza è Mar: anche lei vive a Roma, non conosce il padre e ha un complesso e difficile rapporto con la madre, una poetessa argentina in grado con le sue poesie di toccare i cuori dei suoi lettori ma incapace di comunicare con la figlia. Anche lei parte per Tunisi e anche lei cerca di ricostruire un dialogo e il suo passato con la figlia scrivendo.
Il romanzo quindi è un alternarsi continuo e armonico tra le 4 donne e il padre: anche lui racconta la sua famiglia (non tanto la sua vita) per cercare di far capire alle figlie da dove vengono e quali sono le origini.
Troviamo quindi i racconti così diversi ma in certi aspetti simili della dittatura argentina e somala. Da un lato quindi la violenza e le torture dei militari argentini che hanno spazzato via una generazione di idealisti e sognatori, dall'altra il socialismo scientifico di Siad Barre che si trasforma in dittatura e darà origine alle guerre che ancora adesso devastano la Somalia.
Nel caso dell'Argentina, però, la madre di Mar deve confessare alla figlia il suo triste e vergognoso passato, ossia la sua relazione con un militare violento e torturatore. Proprio lei che ha avuto un fratello e molti amici desasparecidos, non ha saputo rinunciare a un'umiliante e violenta relazione con un sanguinario torturatore. La stessa madre la accusa e le dice che non merita neanche il peggiore degli epiteti. Poi fugge a Roma dove ritroverà la fidanzata del fratello che è riuscita a fuggire dall'Esma ma che è completamente devastata ed è morta dentro.
Della Somalia invece ritroviamo il racconto del passato coloniale italiano (una vergognosa pagina della nostra storia che secondo me noi italiani non conosciamo) e la Scego spazza via qualsiasi pregiudizio sugli "italiani bravi gente": siamo stati, come tutti gli altri, dei colonizzatori avidi e violenti, che hanno sfruttato questa terra senza alcuna remora. L'arrivo di Siad Barre poi spazzerà via ogni illusione e aprirà la strada alle guerre fratricide che ancora adesso insanguinano la Somalia.
Poi ritroviamo il tema del razzismo, in particolare subito da Mar: lei è meticcia e non riesce a collocarsi né tra i bianchi (pur essendo costantemente affascinata dal colore bianco che ricerca continuamente anche nelle persone) e né tra i neri, anche perchè non sa nulla del padre che ha avuto come unico ruolo nella sua vita di essere il portatore dello spermatozoo che ha reso possibile la sua esistenza.
E poi il tema della lingua: il somalo che è essenzialmente orale e che è la lingua madre, e lo studio dell'arabo perché è la lingua della loro religione.
E ancora i difficili rapporti con la propria madre, la difficoltà di integrazione per gli stranieri, il lavoro alienante, la pedofilia, la difficoltà di amare, l'infibulazione, le tradizioni somali etc.
Un libro bellissimo anche per lo stile che viene adattato a seconda dei personaggi e, attraverso l'espediente delle madri e del padre che raccontano la loro vita, si ricostruisce non solo l'esistenza dei protagonisti ma anche il loro ambiente.





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