Oblomov

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4.5

di Ivan Goncarov


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Descrizione

Un provinciale idealista vive a Pietroburgo della rendita di una tenuta dimenticata, nella più assoluta inerzia fisica e psichica. In una camera coperta di ragnatele e di libri ingialliti giace su un divano, dormendo e sognando, stanco e insensibile ai rumori della vita. Oblomov è stato considerato dalla critica l'eroe immortale della pigrizia, prodotto di una generazione viziata e apatica, inerte e priva di volontà, che non ha saputo dedicarsi a quelle riforme di cui necessitava la società russa.

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Voto medio del prodotto:  4.5 (4.4 di 5 su 12 recensioni)

5.0Magnifico!, 06-12-2011, ritenuta utile da 49 utenti su 52
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Incentrato su un personaggio i cui tratti caratteristici sono: la bontà, l'immobilità e il fatalismo, Oblomov è un romanzo per il quale si dovrebbe assolutamente trovare il tempo. Nonostante le continue disgrazie di Il'ja Il'ich, i messaggi di questo libro sono improntati alla tesi per cui le somme vanno tirate solo all'ultimo, e anche la vita di un uomo apparentemente fallito ha ancora una possibilità. Il finale è rasserenante e vagamente commosso. Non saprei dire se si tratti di un caso isolato nella letteratura russa, dove si respira spesso il senso dell'inutilità e dell'ingiustizia esasperate; ma so che è un libro raro, che ripaga ampiamente della pazienza impiegata a leggerlo.
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5.0Struggente, 22-08-2011, ritenuta utile da 2 utenti su 2
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Uno stile limpido e scorrevole, una scrittura di grande realismo improntata sull'introspezione, sullo studio dei moti dell'animo e delle sue evoluzioni, che contraddistingue Goncarov come profondo conoscitore della psiche umana, con in sottofondo una pungente ironia che attraversa l'intero libro.
Un libro che costituisce un unicum nella letteratura russa e non solo, scritto nella metà dell'Ottocento, di una attualità sconcertante.
A me sembra che la generalizzazione fatta dalla critica volta ad ingabbiare il personaggio di Goncarov nello stereotipo dell'"anima russa" o della figura del nobile russo di campagna che scompare nell'evoluzione dei tempi sia esatta ma parziale. Molteplici sono le sfaccettature che rendono Oblomov e l'"oblomovismo" tanto moderni: la fatica di vivere nel presente; il rifugio nella nostalgia del paradiso perduto costituito dall'infanzia nella tenuta dell'Oblòmovka, tanto agognata, che al termine del libro egli pare essere riuscito finalmente a realizzare, quasi come un ritorno nel grembo materno; la mancanza di curiosità verso le persone e i luoghi, caratteristica che rappresenta un'istintiva barriera che Oblomov erge per evitare il pericolo di trovarsi obbligato a interagire con l'ambiente esterno, ma che al contempo denota un malessere esistenziale provocato dalla assenza di valori in cui l'uomo si dibatte.
Sono solo alcuni degli aspetti che rendono attuale e coinvolgente la lettura di questo libro, che non può non creare interrogativi e riflessioni nel lettore.
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5.0Oblomov, 27-07-2011, ritenuta utile da 1 utente su 1
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Il termine oblomovismo, si sa, è entrato ocn prepotenza nel gergo comune. Ma il vero problema di Oblòmov non è la sua "pigrizia", è il suo consapevole scegliere di rifugiarsi in una realtà onirica e mentale invece di impegnarsi con quel che la vita impone: i resoconti dell'amministratore delle sue terre, la lettera di sfratto inviata dal padrone di casa, l'amore di Ol'ga. Il'ja Il'ic non si è mai dato la possibilità di osservarsi in azione, e così non ha potuto far emergere, e quindi conoscere, tutti gli aspetti e le risorse della sua personalità. Sì, certo, è tanto buono e tanto, tanto tenero, ma non basta esser buoni, non dico per trovar moglie (Ol'ga ci mette un bel po' a dargli il benservito; appena prende coscienza dell'irrecuperabilità di Il'jà Il'ic, però, non ci pensa due volte) , ma anche solo per sviluppare se stessi. Oblòmov è buono come è buono il principe Mykin dell'Idiota, ma anche Mykin con tutto il suo darsi d'attorno finisce con lo scoprirsi (per ragioni del tutto diverse) tragicamente inadeguato alla vita.
Ma non è che Stolz il suo fraterno amico, il suo alter ego, attivo, giramondo, avido di letture e di esperienze stia tanto meglio. Incomparabilmente superiore a Oblòmov quanto a conoscenza del mondo, delle cose e di se stesso, ha tuttavia ridotto l'esperienza ad attivismo, e quel che vive, quel che impara, non lo giudica: si limita a ritrasmetterlo, a ripeterlo. Come se gli mancassero criteri adeguati per interpretare l'esperienza. Vorace lettore di tutto quel che gli passa per le mani, non possiede un centro al quale riportare il tutto. E quando esprime un giudizio i suoi criteri non sono mai tutt'uno con la sua persona, sono sempre esterni, un copy paste ricavato dalle sue sterminate e disordinate letture. Stolz in fondo e la cosa è tanto più tragica quanto meno è consapevole è un alienato. Come tanti, come chiunque viva a partire da misure non sue. Ma sono le misure alla moda, le misure di tutti, le misure di chi è trendy e à la page, e quindi Stolz è un figo, e l'alienazione è inavvertita.
Chi ha fatto davvero esperienza, chi si è realmente impegnata con la vita è Ol'ga; e infatti è l'unica che nel corso del romanzo manifesti un effettivo sviluppo, una crescita.
L'abisso tra Stolz e e sua moglie si rivela, verso la fine del romanzo, nell'angoscia di Ol'ga, tormentata da una tristezza indefinibile proprio quando tutto, nella sua esistenza, sembra essere andato a posto nel migliore dei modi.
Di fronte a un'Ol'ga che (per dirla con Tommaso d'Aquino) descrive tale tristezza come desiderio di un bene assente, come esperienza della strutturale e costitutiva incommensurabilità tra il desiderio umano di senso e qualunque suo tentativo di realizzazione sperimentato sempre come parziale e insufficiente -, Stolz si rivela del tutto inadeguato: prima interpreta la tristezza di Olga come frutto dei nervi (si sa, le donne) . Poi finisce per ammettere che questa esperienza costituisce l'espressione suprema della maturità umana e si stupisce di quanto sia cresciuta Olga, riconoscendola addirittura superiore a sè in questo ambito; ma l'unica cosa che sa proporre alla moglie come risposta a questa sete di infinito è, da un lato, l'invito ad immergersi nel compiacimento estetico per la propria grandezza d'animo e sensibilità, dall'altro, il volontarismo, l'attivismo, il senso del dovere, il buttarsi nella vita per quel che la vita richiede, non badando all'insoddisfazione e non indagandola nel profondo. In fondo, banalizzandola.
In un contesto in cui l'esperienza religiosa tradizionale viene assimilata senza residui alla vita arcaica dei servi della gleba, all'immobilità e al fatalismo dei contadini e dei domestici di Oblòmov, forse non poteva esservi altra risposta da parte di Gon269; arov: l'illusione di Stolz e di Ol'ga sarà quella di trovare risposta all'insoddisfazione esistenziale e alla domanda di senso che l'impegno con la vita risveglia nell'impegno stesso. Cieco e immotivato.
I nipoti di Ol'ga e di Stolz tenteranno di dare una risposta in fondo non dissimile aderendo alle parole d'ordine della Rivoluzione d'Ottobre. E ancora una volta l'esito si rivelerà tragicamente insoddisfacente.
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2.0Leggere le prime cento pagine, 12-04-2011, ritenuta utile da 1 utente su 1
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L'idea è carina, molto carina, un uomo pigro, pigrissimo, un'allegoria dell'indolenza borghese o comunque della voglia di non fare niente, del terrore dell'azione. Dopo un inizio divertente ed eccitante, si comincia ad aspettare uno sviluppo verso una qualsiasi direzione ma pagina dopo pagina l'idea viene riproposta ancora ed ancora con diverse sfumature ma senza nessuna evoluzione. Una noia pietrificante.
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4.0Oblomov, 02-12-2010
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L'opera venne concepita dall'autore come una beffarda critica nei confronti dei latifondisti russi della seconda metà dell'800, che poltrivano nella loro opulenza, in un idealizzato mondo di campagna. E' un romanzo pertanto che mette a nudo le pateticità dell'accidia e i sogni a occhi aperti su delle utopie di vita quotidiana.
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4.0Oblomov, 06-11-2010
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Un classico. Estrapolando i concetti principali dalla realtà storica in cui si inquadra, mi sono chiesta: quanto l'abitudine e una falsa comodità o sicurezza ci àncora alla nostra vita, anche se non corrisponde a ciò che in realtà vorremmo?
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5.0Oblomov, 06-10-2010
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La prima parte è davvero un capolavoro. Ad un certo punto diventa prolisso, un pò noioso, ma basta aumentare la velocità di lettura e si recupera, ad un certo punto, l'interesse ed il ritmo giusto. Il personaggio d'altronde, alla sua maniera, è ammaliante. Uno di quelli che poi usi per decifrare gente che incontri, situazioni, fasi della tua stessa vita. Leggere è anche un modo per vaccinarsi: ti inoculi dentro dosi depotenziate di personalità di cui non vuoi ammalarti. A volte funziona! Comunque val la pena di provare (almeno in questo caso).
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4.0Oblomov, 29-09-2010
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Un bel romanzo, di quelli forse un po' datati ma sempre gradevoli da sfogliare.
Una storia russa, con atmosfere gelide e malinconiche, ambienti rattoppati e incedere lento e malinconico. I personaggi esplorano tutte le sfumature del bestiario umano, estremi compresi.
Su tutte spicca la figura del protagonista, uomo pigro, timoroso del domani, ingenuo fin quasi alla dabbenaggine, ma talmente pulito e sincero da incutere tenerezza.
Una vita trascorsa tra rimandi ed incertezze, con l'unica abbagliante fiamma di un amore impossibile da sopportare.
Il destino è segnato fin dal suo stesso apparire sulla scena del mondo, troppo buono per poter vivere, troppo debole per riuscire a sopravvivere alla propria infelicità.
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4.0Il manifesto della pigrizia, 21-07-2010
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Oblomov è un uomo incapace di agire e di prendere decisioni, incline a rinviare e delegare, assurto poi a paradigma (ma in senso spregiativo) dell'intera classe borghese russa: il romanzo tuttavia non ha carattere politico, ma è tutto incentrato sulla vita di Oblomov. Una vita essenzialmente fatta di pensieri e sentimenti incompiuti, che non riescono a tradursi in azioni: Goncarov usa uno stile spesso umoristico, ma la vicenda personale di Oblomov è in realtà una storia malinconica e commovente.
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5.0slow food..., 18-07-2010, ritenuta utile da 1 utente su 1
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Ho trovato il protagonista di questo romanzo molto reale. Con il suo stile approntato alla immobilita', svogliatezza, lentezza... mi ricorda molto un certo filone "slow food" dei tempi odierni. L' ho trovato comunque apprezzabilissimo.
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5.0Allegoria dell'accidia., 12-07-2010
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Oblomov è un aristocratico russo totalmente dedito all'inazione. Egli è angosciosamente consapevole dell'esigenza di agire, ma di fatto non compie nulla per risolvere i suoi problemi, affidando tutto se steso a discutibili amici. Riuscirà l'amore, o presunto tale, a smuoverlo o tornerà a sdraiarsi sul suo impolverato divano?
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5.0Magnifica sorpresa , 03-07-2010
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Un capolavoro di cui si sente parlare troppo poco.
Oblomov è un romanzo straordinario, scritto con una classe infinita, che niente deve invidiare ai geni più famosi dei suoi contemporanei russi.
Il racconto è perfetto e racchiude in sè tutte le qualità necessarie ad incantare il lettore sia come trama che come stile di scrittura.
I personaggi sono di una umanità che raramente ho trovato in altre opere, le descrizioni sono esposte a metà tra il reale ed il poetico, lasciandoti sempre l'impressione di essere lì a bocca aperta a guardare la scena raccontata.
Il personaggio di Oblomov è di stupefacente genialità; la sua indolenza fisica e mentale sono riproposte in tutti i suoi atti quotidiani, non c'è azione che egli compia senza evidenziare la pigrizia del suo carattere: comincia il racconto avvolto dalle coperte e dalla fatica di cominciare la giornata, cerca di evitare tutte quelle situazioni che portino sconvolgimento all'interno della propria vita, come lo stesso uscire ed incontrare gente; quando alla fine vi è costretto e finisce con l'innamorarsi, affronta con pigrizia anche l'amore, cercando inizialmente di sconfiggere questa sua natura e lasciando interdetto anche il lettore, nel vedere quello che non riesce a fare l'Oblomov innamorato. Ma piano piano l'Oblomovismo ricopre le sue buone intenzioni e lo proietta verso il suo ideale di vita serena: il dolce far niente.
Il caro amico Stolz ci prova in tutte le maniere a scuotere il compagno dalla sua natura, ma è tutto inutile: riesce solo a strappargli promesse di partire per l'estero, dedicarsi ad Oblomovka (la sua proprietà), raggiungerlo in campagna per vivere assieme, tutte promesse che regolarmente nopn vengono mantenute, sempre a causa dell'indolenza e dell'immobilità del protagonista.
Da sottolineare di nuovo la capacità del narratore di presentare i personaggi: la dolce Ol'ga, l'amico Stolz, il servo Zachar, Michei Andreic Tarantev, subdolo approfittatore del carattere pigro e ingenuo di Oblomov, in collaborazione con il perfido fratello della Psenicyna, ingenua massaia padrona di casa di Oblomov al quale dedica tutte le sue attenzioni che nascondono un amore mai riconosciuto.
Per concludere si può dire che Goncarov, nel raccontare la storia di un non fatto, abbia voluto come prendere in giro lo pseudonimo russo del tempo, riuscendo in un capolavoro che ha pochi eguali nella storia della letteratura.
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