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Non è per cattiveria. Confessioni di un viaggiatore pigro

Non è per cattiveria. Confessioni di un viaggiatore pigro

di Antonio Pascale


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Descrizione

Questo libro non è una guida scritta da un viaggiatore professionista per aspiranti viaggiatori professionisti. Non propone itinerari, non consiglia hotel, ristoranti o negozi tipici. Semplicemente, chi l'ha scritto non se l'è sentita di catalogare il mirabolante universo del Viaggio dentro le lineari coordinate di una 'guida di viaggio'. Questo libro è peregrinazione impigrita, su e giù per i timidi tornanti molisani, riflessioni sorridenti di un viaggiatore suo malgrado. Non è per cattiveria, ma "come dice Parise, passano gli anni, ottieni quello che vuoi, ne passano altri e poi è finita. Ci vuole, dunque, una pausa".

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4.0Non è per cattiveria, 24-07-2011
di M. Ferrante - leggi tutte le sue recensioni

«Reportage di viaggio sui generis, scritto da un intenditore e cultore di poesia. Inoltre è un viaggiatore pigro, uno che nei racconti di fine vacanza sconcerta gli amici raccontando di non avere fatto assolutamente nulla.
Perché Pascale è uomo di pause; non si tratta qui della pausa riflessiva ma di quella programmaticamente inerte che ci permette di andare avanti anche stando fermi, di imparare nostro malgrado.
E il Molise è per eccellenza terra adatta alle pause, terra di giovani e di vecchi perché la generazione intermedia è emigrata per trovare lavoro, di piccoli campanilismi e diffidenze, di una concezione del lavoro lontana dalla aggressività rampante.
Pascale ci porta in giro per paesini sconosciuti divagando, raccontando di forni che panificano solo per i conoscenti e di ristoranti deserti che non accettano il cliente che non ha prenotato, ma anche della difficoltà di noi Italiani nel fare una sintesi tra Romanticismo e Illuminismo o della contrapposizione tra il produrre bellezza come gesto estetico isolato o il pensarla in una dimensione sociale, come manutenzione del patrimonio comune.
E' un libro quieto, piacevole, con piccole osservazioni degne di nota. Come la metafora del maggese, mutuata dallo psicoanalista Masud Khan.
Il maggese è una tecnica di agronomia in disuso quasi ovunque ma ancora praticata in Molise: il terreno viene lasciato incolto per un anno, accettando l'inevitabile mancato guadagno, ma questo permette il ristabilirsi dell'equilibrio perduto e il ritorno alla produttività.
Il maggese è l'analogo della pausa operosa, il ricalibrarsi con sé stessi e con gli altri non per intervento attivo ma per sospensione, per osmosi.
Si, dice Pascale, a volte la vita deve somigliare per qualche tempo a un campo lasciato a maggese.
»

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