Mussolini e il petrolio iracheno. L'Italia, gli interessi petroliferi e le grandi potenze

Mussolini e il petrolio iracheno. L'Italia, gli interessi petroliferi e le grandi potenze

4.0

di Mauro Canali


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Descrizione

Subito dopo la fine della Prima guerra mondiale, dal 1919 al 1926, sulle rovine dell'Impero ottomano, la Turchia e le potenze vincitrici si contendono il controllo su una piccola provincia del neonato Regno di Iraq. La zona di Mossul, ricchissima di petrolio, diventa l'epicentro di un conflitto politico e diplomatico che rischia più volte di farsi armato. È una crisi che per la prima volta rivela l'abbraccio incestuoso tra diplomazie occidentali e interessi petroliferi, in uno schema che non sarà mai più così chiaro e trasparente. Ma è anche la prima esibizione muscolare di Mussolini nel mondo, in una vicenda che mostra i tratti già vecchi di un regime in formazione. Una vicenda profetica e appassionante, che Mauro Canali ci racconta sulla base di documenti inediti raccolti negli archivi italiani e statunitensi.

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Voto medio del prodotto:  4.0 (4 di 5 su 1 recensione)

4.0Storia di una classe politica inadeguata , 13-01-2013, ritenuta utile da 1 utente su 1
di - leggi tutte le sue recensioni
La minuziosa disamina dell'autore, oltre a illuminare su vicende di uno scacchiere geopolitico finora poco trattato, fornisce un quadro tanto realistico quanto deprimente della classe politica italiana liberale che guidò il paese a cavallo della Prima Guerra Mondiale. Abbagliati dalle mire di dominio sulla costa dalmata sulla quale era ormai inevitabile l'espansione prima serba e poi jugoslava, i vari Giolitti, Sonnini e Nitti si disinteressarono completamente delle enormi possibilità di sfruttamento economico non solo delle ex-colonie tedesche in Africa, ma soprattutto degli ex-possedimenti dell'Impero Ottomano in Asia. La questione petrolifera dell'area di Mossul, ceduta al neonato regno dell'Iraq, è emblematica. Mentre Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti si disputavano le concessioni per l'estrazione di quantità favolose di petrolio, l'Italia si accontentava di sognare qualche povera miniera di carbone in Anatolia e aree di influenza in Turchia che sarebbero state alla lunga indifendibili e prive di ogni significato economico. Come potenza vincitrice della guerra, l'Italia avrebbe potuto pretendere parità di trattamento in Iraq e invece lasciò campo libero agli alleati, che si spartirono ogni ricchezza. Anzi in occasione di summit diplomatici convocati per definire gli assetti di quelle aree (come accadde al convegno di Sanremo), mentre l'Italia disquisiva su questioni di principio e su argomenti privi di ogni concretezza, le altre potenze raggiungevano accordi, tenuti peraltro segreti, che andavano proprio contro gli interessi italiani.
La fine dell'Italia liberale e l'avvento del fascismo non mutarono affatto la penosa situazione. La retorica e il falso decisionismo mussoliniano non impressionarono certo inglesi e francesi. Solo a metà degli anni '30 l'Italia riuscì ad avviare un serio programma di sfruttamento petrolifero in Iraq tramite una società privata guidata dall'Agip con soci stranieri, di cui progressivamente acquisì il capitale di maggioranza. Quando si era ben compreso che quelle ricchezze petrolifere avrebbero risolto ogni problema energetico nazionale, facendo dell'Italia anche un grosso esportatore di greggio, Mussolini ordinò la svendita delle quote azionarie per dedicarsi solo alla guerra d'Etiopia, la quale portò sanzioni economiche, perdite umane rilevanti e nessun vantaggio economico.
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