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I miei sette figli

I miei sette figli

di Alcide Cervi

4.5

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"Ecco, ho raccontato la storia della famiglia come il cuore ha saputo. A voi tutti dico: rifate la storia della vostra famiglia, e vedrete che dicono tutte la stessa cosa. Perché la natura grida forte che cosa bisogna fare, la società pure, ma gli uomini ancora non capiscono e si fanno il male con le mani loro". Stampato per la prima volta nel 1955 in migliaia di copie, tradotto in moltissime lingue, "I miei sette figli" è un documento fondamentale dell'epopea partigiana italiana. Mai nella storia di un popolo, neppure nelle sue leggende, si era avuto il sacrificio di sette fratelli caduti nello stesso istante e per la stessa causa. La vicenda di Alcide Cervi e dei suoi sette figli è quella di una famiglia contadina che lotta contro le ingiustizie sociali e la dittatura fascista finché i sette fratelli vengono trascinati di fronte al plotone di esecuzione. Sopravvissuto allo sterminio dei figli, il vecchio Alcide torna a coltivare di nuovo la terra con le donne e i nipoti superstiti, e ci lascia, con la saggezza che viene dal dolore e da una grande fede nella vita, un'indimenticabile testimonianza. Questa edizione contiene una prefazione di Luciano Casali che, oltre a contestualizzare il momento storico, racconta soprattutto le vicende legate alla nascita del libro e poi gli interventi del Partito comunista sulla seconda edizione del 1971.

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Voto medio del prodotto:  4.5 (4.5 di 5 su 2 recensioni)

4.0I miei sette figli, 06-04-2011
di - leggi tutte le sue recensioni
Un ottimo specchio di quello che è stato il periodo più tragico della storia. La storia narrata da Alcide Cervi della sua esperienza e di quella della sua famiglia, con l'occhio particolare rivolto ai sette figli che gli furono uccisi, e trascritta e adattata nella lingua da Renato Nicolai è bellissima.
E' bellissima come testimoninza storica ed umana, ma è anche bellissima come narrazione orale. Una storia che si può (si dovrebbe) leggere intorno al fuoco ai bambini, poichè è favola e realtà insieme. La favola della semplicità della vita e la realtà della necessità di fare per migliorarsi e per essere liberi.

La versione che Einaudi ripropone, come ben scritto da Luciano casali nella prefazione, è quella più vicina all'originale, quella in cui ancora i sette Cervi non erano diventati il mito della sinistra ed erano ancora uomini vivi nella memoria popolare. Poi venne il mito e, come spesso accade, svuotò di significato l'azione.
L'emozione che si prova ad ascoltare Alcide Cervi racconatre di se e della sua famiglia è fortissima, incredibile è l'attualità di certi argomenti: cosa vuol dire essere un'unica nazione, cosa vuol dire essere tutti uguali, la lontananza della politica dalle attese e dai desiderata della gente.
Un pezzo della storia va qui riportato assolutamente.
"A casa mia ho raccolto più di ottanta prigionieri, per lo più inglesi ed americani, venivano stracciati e con i pidocchi, certi in mutandine, e ritornavano via puliti, vestiti, ingrassati. Le nostre donne lavoravano fino all'una di notte per preparargli i vestiti e le camicie, compravano per fino i polli per dare la carne fina ai feriti e agli ammalati, quando c'erano rimaste solo le galline da uova. Setet figli hanno pagato per queste opere di bene, e la madre se ne è andata con loro per crepacuore.
E qual'è stata la riconoscenza? Che fino ad oggi gli americani sono stati dalla paret di quelli che ci hanno bruciato cinque volte la casa e hanno distrutto la famiglia. Sono stati lor a dirgli bravi, ai persecutori dei comunisti, del partito dei figli miei. Alla larga, da questi amici! Ti fanno morire e alal memoria dei morti e a quelli che restano dicono crepa. E non vi illudete, voi che state al governo di avere più riconoscenza se volete continuare a dividere gli italiani. Si servono di voi e pi vi buttano via, perchè non stanno mai ai patti e sono amici solo del loro capitale".
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5.0I sette fratelli Cervi, 18-08-2010
di - leggi tutte le sue recensioni
Scritto all'età di 80 anni (morirà a 95). Prima non aveva mai pensato, a farlo.
Doveva campare, come dice lui stesso, ancora qualche anno (dalla tragedia), doveva avere la forza di lavorare, per tirar su un'altra generazione, quattro donne e undici nipoti piccoli, e prima non doveva e non poteva morire.
Così pensava Alcide Cervi.
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