La malora

La malora

3.5

di Beppe Fenoglio


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Voto medio del prodotto:  3.5 (3.6 di 5 su 5 recensioni)

3.0Pesante, 13-09-2011, ritenuta utile da 1 utente su 1
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Fenoglio è devoto al realismo, per cui lo stile de "La malora" è sicuramente molto crudo: l'ambiente povero, i personaggi casti e rassegnati o meglio dire, pre-destinati, caratterizzano le Langhe. Per chiunque ami questo genere Fenoglio sembra essere segnalato dalla critica come uno dei migliori, ma per coloro che cercano una letteratura meno costretta dalla storia e dalle retrovie politiche, questo autore non è sicuramente adeguato.
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4.0 La malora, 15-07-2011, ritenuta utile da 1 utente su 5
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E' il capolavoro misconosciuto di Fenoglio, altro che Il partigiano Johnny. Le sue parole son aride asciutte, petrose, di peso maggiore che a vista; poste l'una dietro l'altra a filare son discorso che duole come duole alla schiena, alle mani, alle ossa arare "questa langa porca che ti piglia la pelle a montarla". Barbara semplice, è atavica storia, tragedia di miseri che s'atteggia a condanna. Maledizione celeste, grava su una casa tra mille, perduta tra i colli di Murazzano e di Niella, del Benevello e di Alba, cittadina che pare metropoli agli occhi più ingenui, meta di perdizione presunta e di vergogna provata. E grava su una famiglia malata di povero, che incesta robiole e fatica la zolla, si ciba del lardo e raccoglie gramigna. Storia di sogni indebitati a centesimi, sa essere cronaca del fallimento degli uomini.
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5.0Storia dell'uomo che è nemico dell'uomo, 14-09-2010, ritenuta utile da 8 utenti su 12
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Ha la consistenza della terra seccata “La malora” di Beppe Fenoglio. Le sue parole son aride asciutte, petrose, di peso maggiore che a vista; poste l’una dietro l’altra a filare son discorso che duole come duole alla schiena, alle mani, alle ossa arare “questa langa porca che ti piglia la pelle a montarla”. Barbara semplice, è atavica storia, tragedia di miseri che s’atteggia a condanna. Maledizione celeste, grava su una casa tra mille, perduta tra i colli di Murazzano e di Niella, del Benevello e di Alba, cittadina che pare metropoli agli occhi più ingenui, meta di perdizione presunta e di vergogna provata. E grava su una famiglia malata di povero, che incesta robiole e fatica la zolla, si ciba del lardo e raccoglie gramigna. Storia di sogni indebitati a centesimi, sa essere cronaca del fallimento degli uomini. Vi ammiriamo, ad esempio, una madre che prega notturna un Dio che è dimentico ed un fratello in talare per mancato riscatto di lire, un padre che al destino precipita ed una figlia che è vita mancata, un disperato che rincorre sconfitte ed un erede che s’impicca a rispetto. E vi scorgiamo descritta l’ingiustizia saputa della fame che manda a servizio e dell’orgoglio piegato a sopruso. “Mi sentivo nelle vene sangue d’altri che avevano già servito” rimembra a ragione Agostino Braida, di San Benedetto Belbo, che ad anni diciassette è svenduto al mercato per qualche marengo. Perché la vicenda che vive e che narra è sua ma è anche di tutti quelli che son bestie da soma carezzate a cintura. È la sua e di tutte quelle che son serventi e maritate dai padri. È la sua e di tutti coloro cui la vita si presenta a castighi. La si legga in silenzio, con calma, attenzione per sapere cosa si prova a zittire lo stomaco zittendo la testa, faticare l’altrui vagheggiando del proprio, tacciare il pensiero raccogliendo le briciole. La si legga in silenzio, con calma, attenzione per scorgere e dirsi d’aver incontrato pagine belle, preziose d’oscuro, dolenti di vero: «Fuori c’era già della gente a bisbigliare e scalpicciare nella neve, attraverso la finestra si vedeva il gallo delle carmelitane, che era la compagnia di nostra madre. Quattro uomini alzarono la cassa di mio padre, ci si arrembarono sotto e ce lo portarono fuori, noi tutti dietro a piangere. Quando uscimmo di chiesa il tempo s’era girato: il sole era andato a nascondersi e al suo posto c’era il vento; un’ariaccia che arruffava la coperta sulla cassa e una volta che fummo fuori dal paese spense i ceri alle carmelitane. Ci fermammo perché potessero riaccenderli, ma quell’aria glieli smorzò di nuovo e allora andammo avanti così. Per le undici era sotterrato e io ero invecchiato di dieci anni. Tornammo pian piano; sull’aia che ci aspettava c’era nostra madre con zia Emilia che la teneva per la vita. Per pranzo c’era tonno, sardine e olive, gallina e il suo brodo: doveva morire mio padre per metterci nell’obbligo di fare un pranzo così».
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3.0Vita contadina, 14-07-2010
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Fenoglio descrive con estrema chiarezza le fatiche e gli sgarbi della vita contadina
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3.0Libro neorealista, 08-07-2010
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Fenoglio, piemontese, descrive la vita contadina come realmente è: dialetto, fatica e morte.
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