La libertà

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3.0

di Ludovico Geymonat


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Descrizione

L'autore illumina, con chiarezza concettuale, molteplici aspetti della libertà contemporanea: dalla libertà di pensiero alla libertà dei sentimenti e della fantasia, dai rapporti tra la libertà e il potere a quelli con la violenza , dalla libertà degli individui alla libertà come indipendenza, senza peraltro trascurare la vita civile italiana più recente. Postfazione di Fabio Minazzi.

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Voto medio del prodotto:  3.0 (3 di 5 su 1 recensione)

3.0LA LIBERTA' RELATIVA - MARXISTA, 05-09-2011
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Così come precisato nella recensione a L'ELOGIO DELLA MITEZZA di Bobbio che secondo Domenico Settembrini alla caduta del muro di Berlino, aveva lamentato i cambiamenti del vecchio PCI, oggi critico l'incoerenza di questo preteso paladino delle libertà di conio collettivista.
E' utile confrontare le proprie idee con chi non condivide le mie; mi aiuta non solo a meglio capire ragioni e contraddizioni altrui, ma anche a consolidare le mie convinzioni. Dunque, partendo dal titolo stimolante LA LIBERTA' con distratta mente rivolta a John Stuart Mill per citarne uno mi chiedo come mai Geymonat e compagni, siano rimasti fedeli al comunismo anche dopo l'inevitabile crollo del "paradiso del proletariato" di cui Ludwig v. Mises, con profetico tempismo in SOCIALISMO, aveva anticipato già nel 1922, come perché quell'esperienza non avrebbe resistito. Infatti, nel 89 l'illusione svanirà.
Qui posso concludere che, pur apprezzando l'onesta ostinazione in difesa della coerenza nella sua ricerca della verità, con cui Geymonat esorta all'individuale e costante rivolta contro le consuetudini, ciò che ci rimanda direttamente al capolavoro de L'UOMO IN RIVOLTA di Camus che Geymonat stranamente non menziona -, devo manifestare le mie perplessità dinanzi alla sua astratta analisi della libertà. Con la dialettica tenta la difesa di una certa libertà marxista, mentre quegli stessi valori che molto bene elenca in rapporto alle meno qualificate libertà liberali, possono essere altrettanto bene applicati a ciò che egli chiama coerenza, sincerità e cosi via.
Condivido l'utilità di schierarsi contro gli abusi, in difesa della propria indipendenza, revisionando ad ogni momento il proprio pensiero in funzione dello stato di cose e delle circostanze del particolare contesto nel tempo. Tutte cose che saranno pur sempre soggette alle inevitabili limitazioni interpretative di ogni singolo individuo. Ma le sue contestualizzazioni non sono in totale conflitto proprio con quella stessa coerenza e sincerità in rapporto alla fedeltà che Geymonat e gli altri compagni rifondazionisti sembrano depositare incondizionatamente nell'ideale collettivista?
Egli contestualizza John Stuart Mill ed il suo tempo e concordo sull'analisi dei limiti di libertà del fascismo; ma perché non contestualizzare anche Marx, Engels, Lenin ed i rispettivi assiomi del loro tempo? La repressione alle "libertà" di conio comunista, soprattutto sotto gli umanissimi Stalin e Mao no si considerano? Che dire dei paradisi del proletariato dove masse intere erano state costrette alla più tragica repressione, al punto di far perire di fame decine di milioni di individui sradicati dalle loro terre, ridotti in schiavitù con il lavoro forzato per l'inutile gloria di faraoniche opere pubbliche, mettendo in scena le più sanguinose farse propagandistiche di quell'emblematico totalitarismo, nel deleterio tentativo di dimostrare al mondo una presunta efficienza e validità dei loro modelli coercitivi? Cosa fare delle legittime individuali libertà di scelta di cui ci parlano Milton e Rose Friedman in LIBERI DI SCEGLIERE?
D'accordo, la libertà non potrà mai essere assoluta, sarà sempre relativa per tutti; ed essa deve costituire una conquista, quella più ambita. Condivido pure il suo sdegno dinanzi ai sistematici scandalosi metodi d'incentivo alla vile delazione, lo stimolo al tradimento praticato dai nostri governanti nei confronti dei cosiddetti pentiti; ma, per caso, non è ciò che i regimi polizieschi comunisti hanno ampiamente fatto, mettendo i figli contro i genitori, dove gli stessi fratelli non potevano più fidarsi fra di loro? Ma che genere di libertà marxista è questa, se all'individuo non è nemmeno concesso il diritto alla libertà di esprimersi liberalmente con i suoi stessi cari, negandogli perfino la più elementare libertà di circolare nel proprio territorio, come avveniva in questi Paesi totalitari? Il male dei fascisti deve avere lo stesso valore del male anche se praticato dai comunisti, no?
A quale libertà può aspirare, allora, l'individuo ridotto ad essere insignificante, semplice pedina in balia del potere onnipotente di regimi totalitari di cui Orwell, al ritorno da quell'inferno, con i suoi metaforici capolavori delle parodie LA FATTORIA DEGLI ANIMALI e 1984 ci ha ironicamente rappresentato?
Geymonat non c'è più, ma ci sono ancora alcuni suoi compagni che non esitano ad alzare ancora il minaccioso pugno sinistro chiuso; a loro va rivolta la domanda che il celebre autore di questo strano saggio non può rispondere, senza l'ambiguo "linguaggiare" della retorica che egli stesso affermava di detestare.
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