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Intervista a Primo Levi, ex deportato

Intervista a Primo Levi, ex deportato

di A. Bravo, F. Cereja (a cura di)

5.0

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  • Editore: Einaudi
  • Collana: Vele
  • Data di Pubblicazione: gennaio 2011
  • EAN: 9788806204976
  • ISBN: 8806204971
  • Pagine: XXV-93
  • Formato: brossura

 Questo prodotto appartiene alla promozione  Einaudi
Testimone del vissuto: cosí si presenta Primo Levi in questa importante intervista del 1983 (tradotta in molti paesi tra cui Francia, Grecia, Argentina). In un intenso dialogo con Anna Bravo e Federico Cereja, Levi racconta il retromondo minuto dei gesti quotidiani ad Auschwitz, i volti e le storie dei personaggi dei suoi libri. Al centro della conversazione, aperta e variegata, è ciò che egli definisce "il galateo del Lager", i rapporti tra i prigionieri, l'"ottusità" che li aiuta a vivere in quel mondo spaccato in due ("noi" e "loro") e dove la morale - quella del prima - non vale piú.

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Voto medio del prodotto:  5.0 (5 di 5 su 1 recensione)

5.0Il galateo del lager. Primo Levi un sopravvissuto., 11-02-2011, ritenuta utile da 4 utenti su 5
di - leggi tutte le sue recensioni
La corruzione. Chiunque poteva essere corrotto e il deportato Primo Levi, lo capì come tanti altri, dopo aver trascorso un po' di tempo in Auschwitz. Si corrompevano i prigionenieri e si corrompevano i nazisti. Le SS che pretendevano di essere considerate dai prigionieri come degli Dei, coloro che sembravano immuni alla corruzione perché reato, erano i primi ad essere corrotti e a corrompere i prigionieri in cambio di benefici. Gli ebrei italiani in Auschwitz erano in notevole minoranza rispetto a tutta la popolazione del Lager, erano gli ultimi fra gli ultimi. In primo luogo per l'isolamento linguistico in quanto nessuno in Lager parlava italiano, in secondo luogo erano considerati stranieri dagli stessi ebrei dell'Est perché non parlavano yiddish. Primo Levi si sentì fortunato perché si ammalò nel momento giusto e cioè quando i tedeschi fuggirono dal Lager abbandonando i malati al loro destino. Si sentì fortunato perché chimico e per questo fu rinchiuso nel Lager di Monovitz-Auschwitz III. Monowitz fu costruito su richiesta della I.G. Farben, industria tedesca che aveva bisogno di manodopera schiava per lo sforzo bellico della Germania. Questi schiavi erano soggiogati sia dal potere delle SS che li volevano morti tutti sia dal potere dell'industria che li voleva abili al lavoro. Alla I.G. Farben non importava nulla degli schiavi, pretendeva soltanto che la loro uccisione non intralciasse il lavoro.

In Monowitz, Primo Levi risentì poco dell'iniziazione alla vita del Lager da parte delle SS che usavano metodi brutali per convincere immmediatamente il prigioniero che non aveva nessuna speranza, risentì più che altro dell'iniziazione dei compagni di prigionia che facevano scherai all'ultimo arrivato. Scherzi che mettevano in gravi guai chi li subiva perché novizio e credulone. Nella vita quotidiana del Lager, non si faceva menzione della parola morte tra i prigionieri, la rimuovevano dalle menti perche' il bisogno primario era la ricerca di cibo perché sempre affamati e l'arrivo a sera evitando il più possibile le quotidiane percosse. Anche Primo Levi, prima di essere deportato, negò il pericolo che tutti sentivano, cercò di vivere normalmente. Tante famiglie come la sua non si smembrarono tentando una fuga, rimasero uniti nonostante questo rappresentasse il pericolo di essere presi ed uccisi tutti. Questa loro unione era un modo di conservare una parvenza della vita condotta fino a prima dell'introduzione delle leggi razziali. I figli di Primo Levi, fin da piccoli avevano percepito la presenza del Lager in casa, quindi, nonostante avessero letto i libri del padre senza ammetterlo, erano così carichi di repulsione che rifiutavano l'argomento Lager e deportazione.
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