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L' impero dei segni

L' impero dei segni

di Roland Barthes

4.0

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  • Editore: Einaudi
  • Collana: Gli struzzi
  • Traduttore: Vallora M.
  • Data di Pubblicazione: 1984
  • EAN: 9788806568955
  • ISBN: 8806568957
  • Pagine: 139

Note su Roland Barthes

Roland Barthes nacque a Cherbourg, in Francia, il 12 novembre del 1915. Il padre morì nel corso di una battaglia navale l’anno successivo alla nascita di Roland. La madre, Henriette Binger Barthes, decise di trasferirsi a Bayonne, dove Roland trascorse l’infanzia. Nel 1924 Roland si trasferì assieme alla madre a Parigi. Qui studiò prima al liceo Montaigne e poi il Louis-le-grand. Quando Henriette diede alla luce un figlio illegittimo, i nonni paterni cessarono di aiutarla economicamente. La donna lavorò come rilegatrice di libri per mantere i figli. Nel 1934 contrasse la tubercolosi, e si trascinò la malattia per diversi anni a causa di continue ricadute. Dopo le scuole superiori, Roland studiò alla Sorbona, dove ottenne due lauree, una in Letteratura Classica (1939) e una in Grammatica e Filologia (1943). Negli anni Cinquanta e Sessanta insegnò in numerosi istituti, sia in Francia sia all’estero e collaborò con alcune testate giornalistiche. Fu direttore degli studi presso l'École pratique des hautes études dal 1962 al 1976 e dal 1976 al 1980 insegnò Semiologia al Collège de France. Nel 1953 scrive il suo primo libro: “Le degré zéro de l'écriture”, un volume in cui studiava l’incidenza del parlato nella narrativa contemporanea. Questo volume lo consacrò come degli dei più acuti e attenti critici del dopoguerra. Pubblicò numerose opere, in particolar modo nell’ambito dello strutturalismo e della semiologia. Le teorie da lui proposte sul linguaggio sono state un punto di riferimento per la semiologia e hanno fornito un notevole contributo nell’affermazione della nouvelle critique. Morì a Parigi il 26 marzo 1980, investito da un furgone.
 

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Voto medio del prodotto:  4.0 (4 di 5 su 2 recensioni)

4.0L'impero dei segni, 10-08-2011, ritenuta utile da 4 utenti su 4
di - leggi tutte le sue recensioni
Io e la filosofia non andiamo molto d'accordo, tuttavia con Barthes faccio sempre un'eccezzone, perchè parla veramente delle cose più disparate notate durante il suo viaggio in Giappone del 1966; ovviamente racconta della scrittura e del gesto del pennello, così scenografico e perentorio rispetto al nostro (niente gomma per cancellare nel Giappone tradizionale, inconcepibile), racconta del pachinko e delle sue sale da gioco affollate da clienti che, gomito a gomito, conducono un gioco collettivo e solitario insieme. Parla degli spettacoli di Bunraku, marionette solo apparentemente simili a quelle europee, eppure fondamentalmente distanti anni luce nel gesto, nell'atto, nella funzione. Parla dei bastoncini e del loro rapporto col cibo, un rapporto di grazia e gentilezza, non quello cruento e crudele di forchetta e coltello, che smembrano e disfano senza pietà. Parla della cortesia, formalismo estremo e vuoto in occidente, spontaneità quasi religiosa in oriente.
E soprattutto parla - ed è la cosa che più mi ha colpito - a lungo e con grande attenzione, dell'haiku, la forma poetica giapponese tipica, analizzata con acutezza e profondità. L'effrazione del senso, l'assenza di simbolo e metafora, la descrizionenon descrizione determinano la sua grande accessibilità, non solo per la brevità del componimento, ma soprattutto per la brevità dell'evento, un istante non trattenibile, fragile essenza come una delle tradizionali scene dipinte della pittura del Sol Levante.
Semplice e pura enunciazione, ricciolo grazioso che s'arrotola su se stesso, come dice Barthes, l'haiku finisce esattamente dove comincia: niente senso nascosto, niente ridondanza, nessuno svelamento di verità, ma la pura e semplice poeticità insignificante e sfuggente del momento irripetibile e soggettivo, un soggettivo collettivo perché senza un io specifico eppure unione di tutti gli io rifratti e ripetuti dei lettori.
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4.0Il Giappone come paese della scrittura..., 16-10-2010
di - leggi tutte le sue recensioni
Barthes nel 1970 scriveva questo testo, unendo scrittura ed immagini... "l'Oriente non sono altri simboli, un'altra metafisica, un'altra saggezza [...] piuttosto si tratta della possibilità di una differenza, di un mutamento, di una rivoluzione nella proprietà dei sistemi simbolici." Testo davvero interessante.
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