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La fuga in avanti. La rivoluzione è un fiore che non muore

La fuga in avanti. La rivoluzione è un fiore che non muore

4.0

di Manolo Morlacchi


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Descrizione

La storia dei Morlacchi, una numerosa famiglia proletaria, racchiude in sé tutte le fasi del movimento operaio del '900 italiano. L'antifascismo, la resistenza, il dopoguerra e le prime spaccature con il Pci. Dagli anni sessanta i dieci fratelli Morlacchi furono protagonisti delle lotte politiche nel loro quartiere alla periferia di Milano, il Giambellino. Nel 1970, in quella stessa zona, Pierino Morlacchi partecipò alla fondazione delle Brigate Rosse organizzando il primo nucleo con Renato Curcio. Sempre nel 1970 nacque Manolo, figlio di Pierino e Heidi Peusch. È lui che in queste pagine racconta le vicissitudini umane, rivoluzionarie e giudiziarie della sua famiglia.

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Voto medio del prodotto:  4.0 (4 di 5 su 1 recensione)


4.0La fuga in avanti, 06-04-2011, ritenuta utile da 3 utenti su 5
di A. Dossena - leggi tutte le sue recensioni

Semplicemente straordinario. Un capolavoro bellissimo e struggente. Un difficile commento questo alla storia che Manolo Morlacchi scrive di suo padre Pierino, di sua madre Heidi e di tutta la grande famiglia Morlacchi. Un difficile commento soprattutto perchè la scelta "armata" non è una scelta che mi appartiene culturalmente e quindi, per quanto riesca a capire e condividere le idee e i desideri di giustizia e rinnovamento, mi riesce impossibile accettare che il cambiamento possa passare attraverso una scelta di violenza.
Detto questo la storia scorre e affascina. Una famiglia enorme, unita, ben radicata nella lotta partigiana, da sempre fedele a principi di uguaglianza e libertà che diviene nel tempo quasi motore politico di un intero quartiere come il Giambellino di Milano.
Si comprende benissimo attraverso le parole di Manolo Morlacchi quale fosse il senso di solidarietà e di impegno che nell'intero quartiere si vivevano, tanto da farlo sembrare quasi un corpo unico, di cui i Morlacchi erano, in un certo senso, il cuore pulsante.
Si capisce come il desiderio di giustizia sia pure il motore che porta questi uomini come Pierino ad andare oltre la propria condizione di operaioartigiano con bassa scolarizzazione (nessuno dei fratelli aveva potuto andare oltre le scuole elementari) e rapportarsi con testi, ma soprattutto esperienze nate in ambiti molto diversi.

Pierino si avvicinò infatti cone entusiasmo e convinzione all'esperienza che Curcio, Rostagno, la Marangol ed altri stavano realizzando presso l'Università di Trento e decise che quella delle Brigate Rosse fosse la risposta giusta al suo desiderio di rivoluzione. In questa esperienza trascinò la sua famiglia e da questa esperienza la sua vita ne fu distrutta. Distrutta non solo per i lunghi anni di carcere, tanti perchè mai si dichiarò "prigioniero politico" e mai si pentì di una scelta che sentiva profondamente sua, ma distrutta anche perché lentamente l'unità che aveva caratterizzato il Giambellino, ma anche quella che aveva caratterizzato la sua famiglia, si sgretolò davanti al cambiamento dei tempi, al fallimento del sogno della rivoluzione armata, e davanti all'impossibilità di combattere da soli, abbandonati anche da quelli che inizialmente avevano condiviso le scelte, e che le ritrattavano per convenienza.
Pierino alla fine è un uomo solo che si barcamena tra convinzione politica e malavita. Non ama più se stesso, non ha più entusiasmi, sceglie di vivere solo, incapace di qualsiasi forma di adattamento e mediazione, e solo muore.


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