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Le fortune del melodramma

Le fortune del melodramma

 


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In sintesi

Negli anni cinquanta i dibattiti sono riti d'esorcismo. Non fa eccezione neppure quello sul cinema popolare che attraversa l'intero decennio con ricadute negli anni successivi. Perché milioni di spettatori li premiano con incassi record mentre i critici li bollano come filmacci d'appendice? Se a nessuno sfugge la disparità di giudizio tra cinema e pubblico, pochi sono disposti a mettere in discussione i propri strumenti critici. Il fantasma del neorealismo ancora il mito di riferimento di gran parte della critica che, al di fuori del mandato pedagogico-sociale dell'autore, non riesce a vedere altro che basse speculazioni commerciali e bieche corruzioni del gusto. La bestia nera del dibattito il ciclo di Catene, Tormento, I figli di nessuno, che suscita la sprezzante indignazione degli “apocalittici”. Ma l'ingenuità di Matarazzo che dietro la macchina da presa piange come una fontana mentre Amedeo Nazzari e Yvonne Sanson si riabbracciano nell'ultima inquadratura di Catene la stessa dello scrittore popolare che partecipa alla vita dei propri personaggi e si commuove soffrendo con loro. Non sono molto diversi neppure i meccanismi attraverso cui una narrativa cinematografica tutt'altro che rivoluzionaria porta la donna in primo piano affidandole il compito di sciogliere i nodi drammatici e di ristabilire la “normalità”, ma facendone anche il tramite privilegiato nei confronti dei desideri inconfessabili in cui incalzano le strategie dell'inconscio. Sono stati sottolineati a più riprese i limiti mediologici di una che si ostina a ignorare i sommovimenti in corso nell'industria culturale di massa, ma non si è insistito abbastanza sulla diffidenza generale nei confronti del melodramma, che squaderna davanti ai nostri occhi lo spettacolo dell'iperbole, mettendo in scena le emozioni sospese tra luce e tenebra, salvezza e dannazione. Soltanto più tardi si comincia a riconoscere nello scandalo del melodramma sempre eccessivo, estremo, inconciliabile non solo lo statuto di un genere dell'intrattenimento popolare ma anche una forma moderna dell'immaginario in grado di resistere ai cambiamenti per riproporsi ogni volta nella sua irriducibile capacità di fascinazione.Orio Caldiron insegna Storia e critica del cinema all'Università di Roma “La Sapienza”. Saggista e critico, autore di libri, rassegne, programmi televisivi, è uno dei maggiori studiosi italiani di cinema. È stato Presidente del Centro sperimentale di cinematografia.

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5.0Le fortune del melodramma, 24-08-2010
di C. Montani - leggi tutte le sue recensioni

«"Le fortune del melodramma" ripercorre il dibattito anni '50 attraverso articoli di giornale (soprattutto de "L'Unità") e di varie riviste cinematografiche affrontando il tema delle divergenze tra pubblico-critica, dei film popolari (siciliani, napoletani, di categoria B, di categoria "super B", d'appendice), dell'insuccesso del neorealismo, dell'analisi degli incassi dei film, del desiderio di chiarezza del pubblico. Interessanti e chiari questi articoli ci mostrano l'attenzione delle grandi personalità al pubblico e al Cinema: il tutto impreziosito con interventi di Matarazzo, Lattuada, Comencini.»

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