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Everyman

Everyman

di Philip Roth


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  • Editore: Einaudi
  • Collana: Super ET
  • Traduttore: Mantovani V.
  • Data di Pubblicazione: aprile 2008
  • EAN: 9788806192228
  • ISBN: 8806192221
  • Pagine: 123
  • Formato: brossura
Il destino dell'"Everyman" di Roth si delinea dal primo sconvolgente incontro con la morte sulle spiagge idilliache delle sue estati di bambino, attraverso le prove familiari e i successi professionali della vigorosa maturità, fino alla vecchiaia, straziata dall'osservazione del deterioramento patito dai suoi coetanei e funestata dai suoi stessi tormenti fisici. Pubblicitario di successo presso un'agenzia newyorkese, è padre di due figli di primo letto, che lo disprezzano, e di una figlia nata dal secondo matrimonio, che invece lo adora. È l'amatissimo fratello di un uomo buono la cui prestanza fisica giunge a suscitare la sua più aspra invidia, ed è l'ex marito di tre donne diversissime tra loro, con ciascuna delle quali ha mandato a monte un matrimonio. In definitiva, è un uomo che è diventato ciò che non vuole essere.

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Voto medio del prodotto:  4.0 (4.1 di 5 su 12 recensioni)

3.0Non troppo convincente, 18-03-2012
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Un libro che non rende onore fino in fondo a quella fantastica penna che è Philip Roth; un romanzo breve e conciso, che tratta temi importanti e molto dibattuti, quali la morte e la malattia. Scritto in maniera impeccabile dal punto di vista stilistico, pecca di non poche falle dal punto di vista contenutistico. Non il miglior Roth.
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5.0Everyman, 26-07-2011, ritenuta utile da 1 utente su 1
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I suoi personaggi sono tagliati coll'acciao, disperati, spesso non trovano latra speranza che la morte. E allora, se la normalità è una chimera, e la felicità distante come la luna, la morte tiene strette in pugno le redini del mondo. "Everyman" è un libro sulla morte perchè ci sono vite senza vita. Semplicemente. L'esistenza è un accendersi e uno spegnersi perchè non si è saputo coltivare un giardino nel mezzo di questi due istanti fatali.
Roth razionalmente lo sa, ma continua a non avere risposte; umanissimo nella sua costante ricerca di domande a cui non poter (o voler? ) rispondere.
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4.0Everyman, 20-07-2011
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Un buon libro, certamente migliore della ciofeca "La macchia umana". Qui Roth affronta a modo suo i temi di morte, malattia e disfacimento fisico, riuscendo ad azzeccare un tono sicuramente triste, ma mai patetico o disperato, sempre pieno di rimpianto e speranza. 1 voto in meno per qualche passaggio (es. Quelli erotici, che sembra Roth butti lì quasi per dovere) un pò tirato via.
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4.0Il bilancio di una vita, 05-07-2011
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La vecchiaia, la solitudine, la morte... Il bilancio di una vita nella consapevolezza che " è impossibile rifare la realtà. Devi prendere le cose come vengono. Tener duro e prendere le cose come vengono"
e poi la prosa di Roth, le sue analisi, le sue descrizione con il vecchio mondo yiddish sempre in sottofondo.
Indimenticabile la figura del padre e la sua gioielleriia Everyman's...
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4.0Everyman, 02-04-2011
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L'ho acquistato semplicemente perchè attratto dal titolo. Philip Roth ultimamente si è messo a raccontare l'autunno della vita. Qui siamo all'inverno: la morte del protagonista, una persona qualsiasi, e il racconto dei suoi guai clinici, che spesso lo trasformano in un ammasso di carne senza dignità di uomo, in mano ai dottori. Me l'avevano descritto come quasi truvulento. Certo non è leggero, ma nemmeno angosciante. Inquietante, ecco. Ma leggibile con piacere.
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3.0Everyman, 11-11-2010
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Questo mio primo Roth non mi ha provocato particolari emozioni: il conflitto tra l'uomo e la sua mortalita', il decadimento fisico, la malattia, narrato con uno stile piano e composto.
Descrittivo
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4.0Everyman, 30-09-2010, ritenuta utile da 1 utente su 1
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Bellissimo romanzo, di una tristezza infinita.
In esso la morte rappresenta, come è logico, il punto d’arrivo, cioè la conclusione dell’esistenza, ma al tempo stesso costituisce anche il punto di partenza, ossia la prospettiva in base alla quale vengono considerate e ripercorse le varie fasi della vita. Vero protagonista nel romanzo, è il corpo umano (non per nulla il protagonista afferma che se avesse deciso di scrivere un’autobiografia l’avrebbe intitolata ‘Vita e morte di un corpo maschile’): tutto è corpo e il corpo è tutto; vivere è essere fisicamente presente. E la morte è assenza, il terribile nulla.
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4.0Everyman, 01-09-2010
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Angosciante. Da non leggere in momenti di depressione, da evitare come la peste in tristi mesi invernali tipo novembre. Una riflessione sul corpo, la malattia, la vecchiaia, il disfacimento fisico. Roth, ovviamente, scrive sempre da dio.
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5.0Istruttivo, 07-08-2010
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In una società dove taluni argomenti vengono estromessi dalla quotidianità perchè non coerenti con l'immagine di bellezza e salute da mostrare a tutti i costi, Roth sbatte in faccia a tutti noi un libro tanto corto quanto ricco di quotidianità, di lentezza del vivere, di cammino verso l'inevitabile. Da leggere.
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4.0Profondo, 31-07-2010
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Il viaggio di un uomo verso il traguardo finale, raccontato da Roth attraverso una serie di istantanee dei momenti più significativi di una vita, permeate e unite da un profondo senso di nostalgia e descritte, in alcuni momenti, attraverso pagine di straordinaria intensità e altissimo talento narrativo.

La morte, il senso di perdita, il rimpianto per ciò che poteva essere e non è stato, la consapevolezza delle proprie azioni e delle conseguenze che queste hanno avuto sugli altri e in particolare sui nostri cari, il rimorso, la paura della fine, i bilanci, il tempo che finisce: tutto questo ci racconta Roth, in un grande, intenso libro, profondo, emozionante e mai pesante, malgrado l'apparente cupezza del tema di fondo.

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5.0Riflessioni sulla propria vita, 26-07-2010
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Un uomo capisce di essere nell'ultimo capitolo della propria vita e la passa rassegna, scoprendo che molte delle valutazioni fatte sono errate, se viste con occhi "diversi". Roth scrive un libro triste e malinconico, ma bellissimo.
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4.0La lotta dell'uomo contro la morte, 12-01-2009, ritenuta utile da 1 utente su 1
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Per restituire al lettore la cifra culturale di "Everyman" basterebbe rifarsi al pensiero di Søren Kierkegaard il quale sosteneva che non è tanto la morte in sé a suscitare una seria consapevolezza della nostra vita e del tempo che ci è stato con essa affidato, quanto piuttosto il pensiero della morte che diventa angoscia e che funge da energia propulsiva per la nostra esistenza. Decadenza e morte sono un connubio presente sin dalle prime battute del libro di Roth e non fanno altro che richiamare il degradare di una vita che vuole ad ogni costo allontanare da sé lo spettro della propria fine, ma che non riesce ad andare oltre quel moto di rassegnazione che spinge il protagonista ad affermare più volte che "è impossibile rifare la realtà. Devi prendere le cose come vengono. Tener duro e prendere le cose come vengono". Raccontare della morte in un romanzo lo si fa solo se si ha qualcosa di non banale da comunicare ai lettori e se il premio Nobel è un premio dal quale si può prescindere senza rimpianti. La morte, infatti, assieme al nascere, rappresenta uno dei misteri più impegnativi per la ragione umana, mistero del quale la civiltà moderna sembra aver completamente smarrito il significato. La consapevolezza che portò Martin Heidegger a sostenere, in Essere e tempo, che "la morte è la possibilità più propria dell'uomo", l'estrema possibilità di svelare all'uomo la sua unicità e insostituibilità di fronte al Mistero è un patrimonio culturale che oggi non sembra appartenere più alla nostra civiltà. Oggi, come dimostrano i casi Terry Schiavo ed Eluana Englaro, siamo costantemente tentati dallo svuotare di significato la morte e vorremmo programmarla, anticipandola o ritardandola con tecniche opportune, come se si trattasse di risolverla alla stregua di un "problema". La morte, invece, va considerata in tutta la sua portata: va "sopportata"; per quel "mistero" che è, anche se questa sopportazione significa "angoscia". Il finale del libro risalta l'eccellenza narrativa dello scrittore di Newark. Il dialogo tra il becchino di colore e lo stesso Everyman, nella sua essenzialità, evidenzia come l'angoscia generata dalla morte è possibile sopportarla solo attraverso un rapporto con qualcuno che sia in grado di introdurre alla verità della vita e quindi anche della morte. Una dinamica che permette all'Everyman, che ha vissuto tutta la propria esistenza all'ombra di quest'angoscia, di recarsi all'ospedale, per subire l'ennesima operazione chirurgica, e di ritrovarsi, a causa dell'anestesia, a perdere "conoscenza sentendosi tutt'altro che abbattuto, tutt'altro che condannato, ancora una volta impaziente di realizzare i propri sogni". Grazie al dialogo col becchino, Everyman si rende conto "che la vita gli è stata donata, a lui come a tutti, casualmente, fortuitamente e una volta sola, e non per un motivo conosciuto o conoscibile" e, anche se poi l'imprevisto è sempre dietro l'angolo, essa va comunque trattata per quel che realmente è: un dono.
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