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Eccessi di culture

Eccessi di culture

di Marco Aime

4.0

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  • Editore: Einaudi
  • Collana: Vele
  • Data di Pubblicazione: aprile 2004
  • EAN: 9788806169169
  • ISBN: 8806169165
  • Pagine: 136
  • Formato: brossura

 Questo prodotto appartiene alla promozione  Einaudi
Migrazioni, tensioni internazionali, scambi di immagini e di idee disegnano nuovi scenari. Mentre alcune barriere sembrano crollare, si assiste al nascere di confini e divisioni sempre nuovi. Parole come "cultura", "etnia", "identità" riempiono sempre più, e sempre più spesso a sproposito, i discorsi dei politici e le colonne dei giornali. L'uso e l'abuso, spesso strumentale, dei questi concetti rischia di far apparire le culture come strutture monolitiche e immutabili. E così togliere il crocifisso dalle scuole, battersi in favore di regionalismi o contro l'immigrazione non dà conto di conflitti culturali, ma di costruzioni ideologiche, manipolazioni politiche che finiscono per diventare opinioni diffuse e condivise.

Note su Marco Aime

Marco Aime è nato a Torino il 4 novembre del 1956. Trascorre l’infanzia a Torino e si iscrive presso l'Istituto Tecnico Amedeo Avogadro di Torino, dove nel 1975 consegue il diploma di maturità come perito elettrotecnico. Due anni dopo, nel 1977, inizia a lavorare in un’azienda del settore della gomma la cui sede si trova a Settimo Torinese. Conserverà questo lavoro per circa 11 anni, fino al 1988. Nello stesso periodo, però, coltiva le sue passioni e porta avanti i suoi studi universitari. Ama molto viaggiare e a partire dal 1983 visiterà numerosi paesi extraeuropei. La meta di uno dei suoi primi viaggi saranno le montagne dell'Hindukush e del Karakorum, in Pakistan. Nel 1984 è in Africa, a visitare il Mali, la zona del Sahel e le regioni desertiche. E’ in questi anni che nascono le sue passioni per gli studi antropologici e per l’Africa. Nel 1988 consegue, presso l’Università di Torino, la laurea in Antropologia con tesi sulle credenze di stregoneria dei montanari della valle Grana. Dopo la laurea, lascia il lavoro a Settimo Torinese e inizia ad occuparsi di giornalismo e fotografia, lavorando come freelance per numerose testate, tra cui La Stampa, Airone, Atlante e Gulliver. Nel 1992 vince un dottorato di ricerca alla facoltà di Antropologia dell’Università di Torino. In tale ambito, si occuperà di studiare i Tangba-Taneka del Benin. Nel 1999 è ricercatore presso l’Università di Genova, dove inizerà la sua attività di docente che prosegue ancora oggi in qualità di professore associato. Ha scritto numerosi articoli scientifici, alcune opere di narrativa e saggi.

 

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Voto medio del prodotto:  4.0 (4 di 5 su 2 recensioni)

4.0Eccessi di culture, 12-08-2011, ritenuta utile da 1 utente su 1
di - leggi tutte le sue recensioni
Da sempore apprezzo lo stile cronachistico del buon Marco Aime, qui poi riflette su temi che da sempre mi appassionano. L'altro, l'incontro, la cultura, anzi le culture, in definitiva l'identità (di gruppo, di persone). E mi stimola a cercarne ancora (due fra tutti, il Teodorv di "Noi e gli altri" ed il solito Baumann di "Intervista sull'identità"). Cultura, identità, etnia, razzismo, questi i cardini fondamentali del libretto dell'ormai (dopo il Mali) a me caro antropologo. Con un filo di ragionamento che seguo e che condivido. Le barriere, i confini vengono fatti appositamente, proprio per demonizzare qualcosa, non per identificarla. Una volta che si etichetta qualcuno con un nome collettivo, non gli si da un'identità, ma in un certo senso, si cerca di rinchiuderlo in un qualcosa diverso da noi, perché quella sua diversità, quella sua identità non è reciproca, ci fa paura, induce problemi. Ed è anche più facile. Molto più facile dire che uno zingaro ruba, uno slavo è violento, un nero ha la musica nel sangue, un ebreo pensa ad arraffare soldi. Molto più difficile dire tizio ruba, ed è zingaro. Tanto difficile che non diciamo tizio ruba, ed è francese, Caio uccide, ed è umbro. Troverete mai un titolo di giornale che dice "un abruzzese stupra una donna", mentre quante volte si vede un titolo recitare "un rumeno violenta una donna". Saltando poi sull'altro versante (quello che a torto viene chiamato tolleranza, di cui ho già parlato in trame su Baumann, e che andrebbe chiamato rispetto) , ci sono pagine gustose sul tentativo (di ONG, di scuole, di altri elementi sociali) di "integrarsi" con qualcuno, proponendo, ad esempio, una giornata di cibo etnico. Sempre ritorna (ed anche Aime lo cita) quell'aneddoto sulla scuola che per cercare coesione tra i bimbi propone un giorno un couscous per tutti, ed al bimbo marocchino chiede se era buono, se era come lo fa sua madre. Ed il bimbo risponde, si buono, ma io preferisco i tortellini di mia madre. E con Aime andiamo a ribadire che i conflitti che ora vengono mascherati come conflitti culturali, molto spesso, forse sempre, celano altri conflitti, che 9 volte su 10 poi risultano essere economici. L'extra-comunitario va demonizzato perché diverso, ma è diverso perché "ruba il lavoro". Fino all'estremo opposto, lì dove, se non ci fosse l'altro disposto a fare un certo lavoro, noi, rispettabili bianchi occidentali dotati di sapere, andremmo a scatafascio in un battibaleno. In un certo senso, chiudo gli occhi e mi si ripresenta il quadro sullo scontro tra i Barbari e l'Impero Romano così magistralmente descritto da Barbero. Siamo sempre sulla stessa falsariga. Qui, ora, noi, abbiamo in più la conoscenza, il sapere, la velocità di informazione e quanto rende moderno il nostro mondo attuale. Per dirla tutta e provocatoriamente, quanti guasti attuali derivano dalla dottrina del "Politically Correct" che riserva spazi alle minoranze, stabilendo manuali Cencelli di comportamenti quotidiani. Non dico che non abbia degli elementi di giustezza, come è giusto essere attenti all'ambiente, essere attenti al rispetto del nero, della donna, del cinese, del del, ma ad un certo punto, la rigidità di questa coesistenza coatta risulta più dannosa della sua non-esistenza. Anche qui, non so trovare una risposta, né una via "meno dolorosa" di altre. L'unica parola d'ordine che mi viene per regolare le mie attività è quella che sopra citavo: rispetto. Non sono mai stato trattato male né in patria né in tutti i miei girovagare per il mondo, quando mi sono accostato all'altro con rispetto. E quando il rispetto è reciproco non può che essere foriero di belle situazioni. E se, come in passi di altra risonanza, chiamassimo tutto ciò amore?
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4.0Mondo globalizzato: istruzioni per l'uso, 06-08-2011, ritenuta utile da 2 utenti su 3
di - leggi tutte le sue recensioni
Un libretto agile e indispensabile per trascorrere amabilmente attraverso le contraddizioni del mondo globalizzato, tra il rumore caotico di società multietniche e l'armonia del meeting-pot. Aime ci restituice la bussola con sguardo acuto e trasversale tra le notizie dei quotidiani e le teorie socio-antropologiche su razzismo-fondamentalismo; pluralismo e multicultura. Questa lettura è un'imperdibile mappa di confronto e dialogo tra le vicende di tutti i giorni. Consigliatissimo!
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