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Dioblù

Dioblù

di Paolo Colagrande


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Descrizione

Un paese di pianura, il ventennio nero. Il matto Dioblù se li ricorda quei mesi, ma per lui eran fatti solo di poche cose: sua nonna Giacoma che fuma le sigarette Burley alla finestra, la maestra Gorini che lo boccia perché scrive con la mano sinistra (quella del diavolo) e poi quel giorno di aprile, quando vede scritta sul muro una filastrocca che ha un ritmo bellissimo. Dioblù non sa cosa vuol dire ma comincia a gridarla per le strade, poi a scuola, e perfino in faccia a un gerarca in divisa: "Crepin duci e principati dei governi sciagurati, muoia tosto e così sia re d'Italia e d'Albania. Verrà spedito, come ribelle all'autorità patria, all'istituto di correzione San Pancrazio. Quando torna in paese la guerra è quasi finita e tutto è diverso, ma Dioblù non si preoccupa della distruzione che lo circonda perché ha trovato tra le rovine del San Pancrazio la macchina che secondo lui dovrà salvare il mondo: l'autopompa Titania...

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Voto medio del prodotto:  4.0 (4 di 5 su 1 recensione)


4.0Dioblù, 27-07-2011
di A. Leofressi - leggi tutte le sue recensioni

«Ammetto con un pizzico di delusione che ho dovuto prendermi il mio tempo per finirlo. Ma cerco di spiegarmi in breve. Ci provo così: il romanzo non riesce a raccontare una storia, con un capo e una coda. Non può, perché l'io narrante non è l'autore, ma il protagonista. E il protagonista ha dei limiti, non per colpa sua. Per cui la visione della realtà che ci viene trasmessa è piuttosto asfittica, fatta com'è delle impressioni e delle fantasie e dei desideri di un ragazzetto folle.
Perciò si fatica a tener dietro a una storia, perché da un lato c'è la nostra esigenza di logica, di causalità, di comprensione che urge; dall'altro c'è la bravura di Colagrande nel perseguire una logica "altra", priva di nessi causa-effetto, del tutto immaginifica e allucinatoria.
Da qui, almeno per me, il senso di soffocamento, come di chi si sente costretto in una camicia di forza, e si aspetta di momento in momento di esser liberato e di poter così riprendere a respirare a pieni polmoni. Ma passano le pagine, e quel momento non viene mai.
Quindi, non una storia, ma un'atmosfera. Quella sì, che c'è, bella netta e precisa. L'atmosfera delle strade della mia città e dei paesi della campagna emiliana di quand'ero ragazzo, di trent'anni fa. Quel linguaggio a metà fra il dialetto e il letterario, quei ragionamenti tutto buon senso e niente dimostrazioni, quelle parole che in piacentino, o anche in italiano, ma dette a un piacentino, hanno un senso pregnante, ma che messe così su un libro finiscono, son certo, per risultare stranianti a tutto il resto d'Italia - tutto questo crea un clima che, almeno a me, coinvolge e invischia.
In breve: rispetto ai primi due romanzi, in cui la lettura era accompagnata da ghignate e da goduria, questo è tutt'un'altra cosa. Qui Colagrande ha provato per la prima volta a fare il grande passo, a far letteratura. Lo strumento linguistico ormai ce lha chiaro e lo possiede bene. Il risultato, per me, è abbastanza buono, ma dal ragazzo mi aspetto ancora di più. La prochaine.
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