Dialettica e positivismo in sociologia

Dialettica e positivismo in sociologia

4.0

di Theodor W. Adorno, Karl R. Popper


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Voto medio del prodotto:  4.0 (4 di 5 su 1 recensione)

4.0Long live "positivism"!, 15-09-2010
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Nonostante il pregiudizio francofortese dell’edizione del libro (introdotto con un lungo quanto confuso saggio di Adorno), se c’è qualcosa di interessante da recuperare oggi sono esclusivamente i contributi di Popper e Albert. Pastoni pseudo-hegeliani come quelli di Adorno e Habermas, sostanzialmente tesi a mascherare le povere e confuse idee degli autori, nemmeno meriterebbero di essere commentati se non per l’influenza ancora eccessiva che esercitano oggi. La parte più ridicola probabilmente consta nell’esplicita ammissione da parte dei francofortesi dell’impossibilità di “provare” la teoria della “totalità” (in quanto non riducibile ad alcun esperimento o rilevazione empirica), alla quale, allo stesso tempo, viene però fornito uno status (ontologico?) più elevato di quanto potenzialmente raggiungibile dalle indagini survey dei “positivisti” (a meno che, aggiunge Adorno, non si progettassero esperimenti particolarmente “ingegnosi”, il che viene però immediatamente scartato come illusorio: perché perdere tempo e fatica a discutere sul metodo quando si possono infarcire 80 pagine di banalità senza sforzo alcuno e ottenere fama e pubblico?). Altrettanto discutibile l’assunto secondo cui il “positivismo”, nella sua versione popperiana, arriverebbe a “negare” il suo oggetto, in quanto teso a sovrapporre un quadro teorico esterno alla realtà, senza pretese di “realismo” se non probabilistiche (come diceva Popper, possiamo anche raggiungere la Verità, ma mai potremo essere sicuri di averla raggiunta), il che porta Habermas a ritenere che se dovesse effettivamente verificarsi una coincidenza tra teoria e realtà avverrebbe per puro caso. Il fatto è che, a partire da questa critica, non vengono proposte alternative reali dai francofortesi: la soluzione, parrebbe (non è facile infatti cogliere un senso preciso nello sproloquio di Adorno-Habermas), starebbe nel riconoscere l’inserimento dello scienziato sociale nello stesso contesto sociale che sta studiando, e ridursi quindi ad “aderire” alle categorie già presenti nell’oggetto-soggeto (unito da una fantomatica dialettica). In che modo, poi, l’aderenza totale al proprio oggetto possa portare a teorie che vi scavino sotto (o sopra, come nell’inverificabile teoria idealistica della “totalità”) resta un mistero (Statera notava qualcosa di simile riguardo a Giddens secondo cui, a causa della “natura ontologica del comprendere”, cadeva la distinzione tra scienziato sociale e soggetto sociale, rendendo le categorie del sociologo niente più che una “rapina” del senso comune). Sembra di vedere anticipate le “intuizioni” del Giddens di qualche lustro dopo (la famigerata doppia ermeneutica), in un misto di marxismo, fenomenologia ed etnometodologia, che però non provvede ad alcuna alternativa effettiva nelle modalità della ricerca sociale, se non con una confusa quanto compiaciuta filosofia. Ci sarebbe altro da dire sul dibattito sull’avalutatività, se non fosse questione (questa volta giustamente) controversa. Si può solo notare come Habermas non ci spieghi perché, se fatti e valori sono così intrecciati tra loro, sarebbe da preferire il loro metodo rispetto a quello “positivista”, o, contrariamente, se non si debba cadere in qualche forma di relativismo (in quanto ogni conoscenza fattuale è non solo indirizzata - il che, weberianamente, è più che normale - dagli interessi del ricercatore, ma addirittura costruita in un certo modo, incorporando nel “fatto” crudo interessi di classe o altro). Insomma, la cesura che mi sembra delinearsi tra le due scuole di pensiero (pari a quella attuale, pur essendo cambiati i contendenti) non è tra due “paradigmi” concorrenti (non perdonerò mai ai manuali di sociologia, anche quelli più brillanti, il fatto di scrivere a pagina 3 sistematicamente come la sociologia sia una “scienza multi-paradigmatica”), ma tra chi accetta di confrontarsi con criteri scientifici e chi tende a far altro (di solito della mediocre letteratura).
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