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La danza della memoria

La danza della memoria

di Elie Wiesel

5.0

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Doriel Waldman, ebreo polacco abitante a New York, è un uomo solo, prigioniero dei ricordi e della memoria. L'Olocausto è una ferita insanabile nel suo passato. Vorrebbe dimenticare, ma non ci riesce. Dimenticare le fughe, i nascondigli, l'esistenza clandestina in un piccolo villaggio dell'Europa dell'Est, nascosto insieme al padre nel granaio di un contadino. Dimenticare la madre, una donna troppo bella, una prigione per i figli, che ha scelto la lotta partigiana trascurando la famiglia. Dimenticare i fratelli, vittime dei nazisti. Dopo la salvezza, la vita di Doriel è stata un continuo peregrinare, dalla Polonia all'Asia, militante in varie organizzazioni di aiuto ai diseredati, viaggi di studio in Israele, Africa e Asia. Insonne, solitario. Le tappe di un'esistenza che descrivono il percorso di un esilio. Ma adesso ha deciso di fermarsi e mettere la sua vita in mano a una donna. È la psicanalista Thérèse Goldschmidt, che lo prende in cura e accoglie le sue ossessioni e i suoi fantasmi, i sogni e gli incubi, le cose mai dette e le speranze. Forse non gli restituirà la pace del cuore, ma potrà curare i suoi ricordi.

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Voto medio del prodotto:  5.0 (5 di 5 su 2 recensioni)

5.0Uccidere il dibbuq, 25-11-2008
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Un aspro scontro con la realtà della follia; un corpo a corpo verbale tra Doriel Waldman, un sessantenne ebreo polacco che vive a New York, e la psicanalista Thérèse Goldschmidt, pure lei ebrea e figlia di deportati. Tutta l'esistenza di Doriel è marchiata dalla tragedia della Shoah, che lo ha reso un uomo sradicato, la cui lucida follia nasce come estrema reazione al male del mondo e all'impotenza di D-o di fronte all'orrore. Se il Creatore ha permesso lo sterminio di un milione e mezzo di piccoli innocenti, ciò significa che Egli preferisce un mondo senza di loro. L'A. si esprime in un linguaggio spesso arduo, sempre sofferto, intervallando i dialoghi sia con le riflessioni del protagonista, sia con gli appunti scritti dalla dottoressa, che vede le proprie sicurezze professionali ed esistenziali messe in crisi dall'ostinazione del paziente di aggrapparsi alla malattia. Una follia lucida con la quale le tradizionali armi della terapia sono spuntate in partenza. Che fare? Il medico decide di chiudere il rapporto "Le affido degli appunti che la riguardano: non le ho dato il sostegno e l'aiuto ai quali aveva diritto. Adesso tocca a lei giocare. E con un poco di fortuna, si guarirà da solo". Doriel, dopo una vita costellata da dolori , una mattina si trova a camminare lungo la Madison Avenue innevata. Si ferma davanti alla vetrina della sua pasticceria preferita e...
Un'altra perla preziosa dallo scrigno di Elie Wiesel, figura di rilevanza mondiale, un grande spirito.
In lui senti il sapore della mistica ebraica, la capacità di danzare ritrovata quando credi che il buio della disperazione stia per inghiottirti.
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5.0La gioia di danzare, 24-11-2008, ritenuta utile da 1 utente su 1
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Questo romanzo è un aspro scontro con la realtà della follia.
Il protagonista è Doriel Waldman, un sessantenne ebreo polacco che vive a New York. Solitario, decide di affidare la propria vita alla psicanalista Thérèse Goldschmidt. Sarà lei che lo guiderà nei più intimi recessi del suo io per liberarlo dal suo dibbuq, lo spirito maligno che si è impossessato del suo essere e gli avvelena l'esistenza.
Fin dall'inizio il rapporto medico/paziente non è affatto facile. L'uomo non intende sottomettersi alle rigide regole che inquadrano tale rapporto e cerca in mille modi di provocare la sua interlocutrice. Thérèse, anch'ella ebrea e figlia di deportati, non cade nei tranelli verbali che Doriel le tende con diabolica abilità, intervallati da ben studiati silenzi; ma, ad un certo punto, accetta di mettersi in discussione.
Le sedute si trasformano spesso in duri scontri, quasi dei corpo a corpo verbali perché l'uomo tende a nascondersi e a sfuggire lo snodo principale della sua vita, che è il rapporto coi genitori, morti dopo la guerra, quando egli è ancora un ragazzo.
Doriel entra a fatica nel proprio passato e ripercorre una vita tormentata, a cominciare dagli anni dell'infanzia trascorsi in un piccolo villaggio della Polonia, nascosto, per sfuggire ai nazisti, nel granaio di un contadino, insieme al padre, con il quale ha una forte solidarietà. La madre è una donna bella e coraggiosa, che trascura la famiglia per intraprendere la lotta partigiana. L'amore del piccolo Doriel verso di lei è striato di dolore e costituisce il nucleo di quell'ascesso psichico che egli non intende far scoppiare, nonostante l'impegno della D.ssa.
Tutta l'esistenza di Doriel è marchiata dalla tragedia della Shoah, che ha fatto di lui un uomo sradicato, la cui lucida follia nasce come estrema reazione al male del mondo e all'impotenza di D-o di fronte all'orrore. Se il Creatore ha permesso lo sterminio di un milione e mezzo di piccoli innocenti, ciò significa che Egli preferisce un mondo senza di loro. L'A. si esprime in un linguaggio a volte arduo, intervallando i dialoghi sia con le riflessioni del protagonista, che spesso assumono la veste di lettera aperta ai genitori, sia con gli appunti scritti dalla dottoressa, che vede le proprie sicurezze professionali ed esistenziali messe in crisi dalla pervicace ostinazione del paziente di aggrapparsi alla malattia. Che fare? Il medico decide di chiudere il rapporto "Le affido degli appunti che la riguardano:non le ho dato il sostegno e l'aiuto ai quali aveva diritto. Adesso però tocca a lei giocare. E con un poco di fortuna, si guarirà da solo". E Doriel, dopo una vita costellata da dolori , una mattina si trova a camminare lungo la Madison Avenue innevata.
Si ferma davanti alla vetrina della sua pasticceria preferita e...
Mara Marantonio Bernardini
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