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Il Dante perduto. Storia vera di un falso

Il Dante perduto. Storia vera di un falso

di Guglielmo Gorni

4.0

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Il libro di Gorni ricostruisce la storia di un falso ottocentesco sulla base di dati che a quel tempo non erano stati debitamente valutati o che non erano di pubblico dominio. E' una storia che si può leggere come concatenazione di eventi ed intrighi che hanno coinvolto personaggi di alta statura scientifica.

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Voto medio del prodotto:  4.0 (4 di 5 su 1 recensione)

4.0Una beffa filologica, 18-08-2011, ritenuta utile da 1 utente su 1
di - leggi tutte le sue recensioni
Nella "Rivista Critica della letteratura italiana", numero 4, anno II, aprile 1885, Ernesto Lamma, disattento studioso di Dante, habitué di ritrovi letterari della Bologna ottocentesca frequentati da eminenze quali Carducci e Zambrini, pubblicava un articolo dal titolo: Di un codice di rime del XIII secolo, che fece sussultare, per l'eccezionalità dei testi contenuti nel manoscritto, l'elite culturale dell'epoca.
Il prezioso manoscritto apparteneva al dottor Giovanni Bardera, compagno di studi giovanili di Lamma. Il fortunato proprietario, amante delle lettere e imminente editore del duecentista Dino Frescobaldi, avrebbe favorito il pregiato "codicetto" all'amico Ernesto, affinché se ne giovasse per approfondire i suoi studi su Lapo Gianni.
E' un mistero che ai frequentatori dei consueti ritrovi letterari, il volto del gentiluomo risultasse completamente sconosciuto. Com'era possibile non incrociare l'insigne dottore nelle biblioteche o nei caffè di Bologna? "Dottor Giovanni Bardera? "Chi è costui? " risuonava la voce di Carducci non senza una punta di fastidio.
Il frammento del codice segnalato dal Lamma, diciassette fogli di pergamena abbelliti da preziosi fregi e iniziali miniate, conteneva ventisette testi di grande interesse, tra i quali quattro sonetti di Guido Guinizzelli, due e una ballata incerta di Dante, un sonetto al Cavalcanti e due ballate di Gianni Alfani, confuso nel nome con Lapo Gianni, svista malfatata e fonte di errate interpretazioni. In aggiunta, il manoscritto presentava una sezione dedicata a Cino da Pistoia e una a Dino Frescobaldi. Lamma ne forniva anche la data: 1491.
Alla sua comparsa, il codice appariva di importanza quasi straordinaria, suscitando un notevole interesse da parte dei filologi ottocenteschi.
E Bardera? A chi domandava il recapito del fortunato possessore del codice, Lamma rispondeva che non risiedeva più in Italia, ma ad Oxford. Lo cercarono diversi studiosi, tra i quali Morpurgo e Barbi, ma le lettere spedite al "giovine insigne", così definito da Lamma, ritornavano puntualmente al mittente con il timbro "Unknown". Per circa trent'anni, il codice Bardera fu studiato dagli specialisti, facendo arrovellare i più insigni filologi del tempo sulle incongruenze delle lezioni riportate dal manoscritto con la tradizione dei codici noti. Tra gli italianisti più eminenti dell'epoca, quali Michele Barbi, Santorre Debenedetti e Vittorio Rossi si insinuò il sospetto che il codice non fosse autentico. Nel 1915, l'autorevole dantista Michele Barbi smascherava la menzogna del manoscritto, dimostrando che il codice Bardera era una falsificazione preparata e lanciata fra il 1884 e il 1885. Nessuno sospettò la buona fede del Lamma, ovviamente vittima di quell'infame tranello.
Il colpevole della beffa rimase impunito e del codice Bardera si persero le tracce.
Nel 1994, Guglielmo Gorni, professore all'Università di Ginevra, studioso di filologia testuale nonché editore critico di testi medievali e del Rinascimento decise di riaprire l'inchiesta.
Sulla base di carteggi epistolari inediti e di elementi che a suo tempo non erano stati esaminati a dovere, lo studioso ricostruiva nel suo libro, di gradevole lettura non priva di accenti ironici, la "storia autentica" del falso ottocentesco, smascherando definitivamente il vero colpevole di questo "giallo filologico".
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