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La confraternita dell'uva

La confraternita dell'uva

di John Fante


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Descrizione

Pubblicato per la prima volta nel 1977, il romanzo ha per protagonista la figura granitica, ingombrante, di un padre, il vecchio tirannico e orgoglioso primo scalpellino d'America, almeno questo crede di essere. Un immigrato di prima generazione, Nick Molise, nel quale, come nel gruppo di suoi compaesani, Fante racchiude il ritratto più nitido della prima generazione italoamericana. Un mondo di uomini di testarda virilità, guardati con inorridita inquietudine dagli americani persuasi che gli italiani fossero creature di sangue africano, che tutti girassero con il coltello e che la nazione fosse ormai preda della mafia.

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Voto medio del prodotto:  4.5 (4.4 di 5 su 9 recensioni)


3.0Bello, ma..., 29-12-2011, ritenuta utile da 12 utenti su 14
di A. Mingardo - leggi tutte le sue recensioni

«Quando si comincia con i ma, è segno che non si è soddisfatti.
Questa storia di italiani in America, per l'esattezza nel lontano Ovest, tra California e Nevada, è scritta in modo perfetto, suscita una gamma di emozioni, dall'ilarità alla rabbia, dal fastidio all'ammirazione. Ci son quindi tutti gli ingredienti per promuovere a pieni voti l'opera.
Ma in questo libro secondo me c'è un curioso paradosso, ossia lo stridore tra una descrittività impeccabile e un contenuto esagerato, piuttosto urtante. Non mi risulta affatto comprensibile perché, ad esempio, il protagonista debba amare così tanto i suoi genitori e detestare in modo ancor più assoluto la suocera. E che dire della descrizione di questi italiani d'America? Non saranno un tantino stereotipati?
Ma forse ci sono altre spiegazioni, e cioè che noi lettori non sempre siamo sulla lunghezza d'onda desiderata. Non si deve chiedere la luna ai libri, ancor meno però ai lettori. E questo libro, lettori ne troverà, non gli mancherà di certo l'ammirazione. Perciò il mio consiglio è di non tirarsi indietro.
»

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5.0Molino alter ego di Fante, 11-08-2011, ritenuta utile da 6 utenti su 8
di G. Urbani - leggi tutte le sue recensioni

«Comprato in aereoporto per ingannare il tempo di attesa e di volo, terminato assai prima di arrivare a destinazione. E' un romanzo in cui la italianità, che già si nota in "aspetta primavera Bandini", diventa esplodente nella figura di Molino. Una storia in cui il vino (non a caso) , simbolo di una certa filosofia di vita, fa da filo conduttore per raccontare la storia di una famiglia e di tanti italo-americani. »

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5.0La confraternita dell'uva, 10-11-2010
di S. Lima - leggi tutte le sue recensioni

«Ne "La confraternita dell'uva", romanzo bellissimo e fortemente autobiografico, Fante ci propone un nuovo alter ego, Henry Molise, scrittore cinquantenne, alle prese con il ritorno nella propria famiglia di origine dove ritroverà tutti i problemi, mai risolti, dovuti ad un ancestrale e tormentato rapporto con il padre, ormai anziano e malato.
La lineare tragicomicità, l' ironia amara e pungente, le situazioni grottesche, tipiche di "Chiedi alla polvere", caratterizzano anche questo libro, accostate a frammenti in cui la prosa e la poesia si fondono.
»

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4.0La confraternita dell'uva, 06-11-2010
di G. Maisto - leggi tutte le sue recensioni

«L'eterno sentimento contrastato che ci lega ai nostri genitori. Il desiderio di vederli felici e compiacerli, ma l'esigenza di essere se stessi e seguire la propria strada. Maturo, struggente. »

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5.0La confraternita dell'uva, 29-10-2010
di S. Alfano - leggi tutte le sue recensioni

«credo di aver anche ascoltato una canzone di vinicio capossela dedicata alla confraternita dell'uva...il fatto che vinicio scriva canzoni che parlano dei personaggi di Fante non può che rendermi felice! Imperdibile»

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5.0La confraternita dell'uva , 23-09-2010
di S. Loira - leggi tutte le sue recensioni

«Fante ci sa fare: uno stile lucido e duro, senza nessuna concessione al lettore. E poi una splendida serie di ritratti umani. »

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5.0La confraternita dell'uva, 04-08-2010, ritenuta utile da 1 utente su 1
di C. Ferrucci - leggi tutte le sue recensioni

«Questo libro di Fante è come un cuneo che lentamente si insinua dentro l’animo di chi legge; parte in sordina e pian piano cresce, scava, fino a restare dentro indelebilmente, con forza. Perché Henry Molise, il protagonista di questo libro, è John Fante stesso, e siamo anche un po’ tutti noi; o almeno quelli di noi che hanno avuto un rapporto conflittuale con la propria famiglia, che ad un certo punto della loro vita hanno sentito prepotente il desiderio (realizzato o no, poco importa) di fuggire, di esprimere quella parte di se stessi che fin allora era stata tenuta nascosta, in sordina, se non addirittura repressa per timore della disapprovazione genitoriale.
Nick Molise è il capofamiglia, anzi è qualcosa di più: giudice, giuria e carnefice. Un artigiano edile partito dal misero Abruzzo, lavoratore instancabile e uomo sanguigno, amante del cibo e delle donne, ma soprattutto del gioco d’azzardo e del vino. Gioca per un senso di rivalsa nei confronti del mondo, per vincere il sentimento di esclusione che, come tutti gli immigrati, sente nel profondo del cuore. È un uomo rude, che vive un’intera esistenza di impenitente peccaminosità a spese di sua moglie e delle sua famiglia, e che eppure si addormenta sognando la madre (morta sessanta anni prima in patria) e piangendo nel sonno.
La madre di Henry, dal canto suo, è la classica donna italiana; madre prima di tutto, poi cuoca e donna di casa, innamorata di un marito tiranno. Una donna che regna in cucina come se questa fosse un luogo magico, un altare sacro, la fucina di intingoli saporiti e profumati. I figli non sono stati mai compresi dai genitori né si sono mai compresi l’un l’altro: Henry, Virgil, Mario e Stella hanno tutti qualcosa da rimproverare al vecchio Nick, eppure è sempre lui a dominare la famiglia, fino alla morte, perché il sangue comanda e azzera i contrasti.
Henry vuole fare lo scrittore, scopre la lettura, ne è incantato, affascinato, fino alla folgorazione totale quando incontra Dostoevskij; i romanzi del grande russo lo cambiano, e gli spalancano orizzonti prima invisibili.
Ci sono momenti di grande sentimento in Fante, che mettono a nudo l’anima di padri e figli, e momenti di estrema comicità, nei dialoghi stringati, e soprattutto nelle scene che descrivono il rapporto tra Henry e la suocera, che lo detesta ciecamente.
Insomma, questo è un romanzo sui padri e sui figli; su certi padri che non avrebbero mai voluto o dovuto esserlo, su certi figli che non vogliono a loro volta essere padri, che si sentono tagliati solo per fare i figli e tornare indietro nel tempo, eppure devono spesso fare i padri dei loro stessi padri.
E, cosa che non è assolutamente secondaria, la vicenda dei Molise è la storia di tanti emigranti italo-americani che hanno combattuto strenuamente per affermare la loro presenza in un mondo che era loro alieno, estraneo, spesso diffidente e nemico; famiglie che, per mantenersi unite e per rafforzare il loro legame con la patria ormai lontana e probabilmente persa per sempre, esibiscono con fierezza tradizioni religiose e non, piatti regionali, abitudini e vezzi forse già scomparsi nella terra natìa, ma scolpiti nei loro cuori come un marchio d’appartenenza da non rinnegare, anzi semmai da urlare in faccia a chi li emarginava, li etichettava come mafiosi e delinquenti. Emigranti eravamo, e non ce lo ricordiamo più, altrimenti la cronaca italiana non sarebbe piena di tanti episodi osceni di intolleranza e razzismo di cui dovremmo doppiamente vergognarci.
»

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5.0un padre, 08-07-2010
di G. Portaro - leggi tutte le sue recensioni

«credo sia il miglior libro di Fante!
La figura paterna che ne viene fuori non vuole essere quella di un grande uomo perchè fante vuole soltanto descrivere cosa si può essere da una parte e cosa si è per gli altri dall'altra... Una congrega di uomini che invecchiano ma che non ci stanno e che filtrano la realtà con un bicchiere di vino.
»

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3.0John Fante, 06-07-2010
di C. Ferrucci - leggi tutte le sue recensioni

«C'è chi vuol fare di Fante uno scrittore grande, grandissimo. "Fante vale quanto Hemingway o Faulkner", dicono. E' curioso quanto sia grande il fascino destato dagli scrittori "dimenticati": Algren, Saroyan e tanti atri compreso Fante. Vengono spesso commemorati con frasi tipo "Eppure in quegli anni la loro popolarità era pari a quella dei più grandi". Non so se Fante valga realmente Hemingway, personalmente non importa questo giochino, credo, in compenso, che Fante sia un autore unico. Leggero, ironico e profondo. "La confraternita dell'uva" l'ho trovato più pregevole di "Chiedi alla polvere", sono entrambi romanzi di facile e gustosa lettura eppure il primo ha qualcosa in più. Ovviamente è un parere meramente personale e, di conseguenza, derivato dai miei opinibilissimi gusti ma trovo la statura di Molise ben più elevata rispetto a Bandini. In Molise non c'è quell'euforia e positività che tanto caratterizza Arturo Bandini, egli è un personaggio nuovo: nè giovane nè di belle speranze, bensì disilluso e pieno di amerezza. Un personaggio esistenziale che avverte il peso di una vita alla quale cambierebbe volentieri qualcosa. Un esistenza che pesa, per farla breve. Nonostante questo, Molise, come Bandini, è un eroe comico, la sua ironia, però, è più malinconica e venata di disperazione, di un sentimento di amerezza dovuta all'incombenza della fine.»

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