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Il cigno

Il cigno

di Sebastiano Vassalli

4.5

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Note su Sebastiano Vassalli

Sebastiano Vassalli è nato a Genova il 24 ottobre del 1941 da padre lombardo e madre toscana. Poco dopo la sua nascita la sua famiglia si trasferisce a Novara. Dopo il diploma di maturità, Sebastiano si iscrive all’università. Frequenta la facoltà di Lettere dell’ Università di Milano, dove consegue la laurea con una tesi dal titolo “La psicanalisi e l’arte contemporanea”, discussa con il professore Cesare Musatti. Tra gli anni Sessanta e Settanta Sebastiano Vassalli si dedica all’insegnamento e alla ricerca artistica, aderendo alla Neoavanguardia e prendendo parte al Gruppo 63. Ha iniziato a scrivere romanzi proprio durante gli anni Sessanta. La sua scrittura si distingue per l’approfondita ricerca storica. Molte sue opere sono ambientate nel novarese, territorio da lui amato. Sebastiano Vassalli ha collaborato e collabora con alcuni importanti quotidiani italiani, tra cui la Repubblica, La Stampa e il Corriere della Sera.
 

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Voto medio del prodotto:  4.5 (4.3 di 5 su 3 recensioni)

5.0Il cigno, 03-09-2011
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Ritengo che questo libro sia un capolavoro; di sicuro il miglio Vassalli che io abbia letto. Un veritiero ritratto della Sicilia di fine '800 inizi '900. La storia raccontata è una storia vera che accadde nel contesto scandaloso della sicilia terra di mafia, politica corrotta e funzionari statali compiacenti. Bel romanzo davvero, scritto benissimo.
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4.0Il cigno, 08-11-2010
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Vassalli recupera un fatto di cronaca a cavallo tra l'800 e il 900: l'uccisione di un funzionario scomodo chiamato ad indagare sul crack di una banca palermitana. Storia prima tutta siciliana, in cui i mandanti vengono assolti, poi nazionale, in cui gli stessi vengono condannati. Due Italie, la Sicilia e...l'altra, che si rapportano in modo diverso (diverso?) al potere, all'omertà, alla cultura dell'ammazzatina come strumento politico. Gli albori di una società mafiosa nata dal concetto successivamente distorto di solidarietà. Istruttivo.
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4.0un altro episodio della storia d'Italia, 04-09-2010
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Un altro episodio della storia d'Italia che Vassalli racconta attraverso la storia degli italiani.
Lo scandalo del Banco di Sicilia e dell'omicidio Notarbartalo, che conoscevo solo per sentito dire e che ora posso dire di conoscere un pò meglio, richieggia il gattopardesco "cambiare tutto affinché non cambi nulla". In cosa si discostano gli eventi del libro dai tanti scandali, recenti e meno recenti, che hanno attraversato la storia d'Italia, fatti di interessi privati travestiti da interessi pubblici, amicizie equivoche e, purtroppo, spesso anche di morti? Solo nei nomi, la sostanza è che chi gestisce il potere vede in se stesso il portatore del bene, che può permettersi di non avere scrupoli pur di realizzare i suoi progetti, dato che i suoi progetti sono indiscutibilmente il meglio anche per l'Italia intera.
Esemplare è la parabola di Raffaele Palizzolo, figlio di possidenti terreni, adoscelente garibaldino fervente, deputato e padrone della Sicilia, condannato come mandante dell'omicidio Notarbartolo, assolto per insufficienza di prova e di conseguenza eroe e martire, per finire vecchio e spogliato sia del potere che delle ricchezze, perso nelle sue fantasie complottistiche. Solo un complotto può infatti ai suoi occhi aver potuto interrompere la sua carriera, e solo un'ingiustizia può averlo privato del potere attraverso il quale tanto bene stava facendo per la Sicilia e per l'Italia. E nella rappresentazione che Palizzolo si fa anche i delitti non esistono e i nemici fatti uccidere sono amici da piangere; purtroppo per lui però a questo racconto non crede più nessuno, e lui che un tempo era tanto temuto adesso è colui di cui ridere raccontandosi sottovoce la sua storia.
Un altro aspetto che Vassalli sottolinea è la percezione della mafia tra i siciliani, ossia quella di una entità astratta come il malocchio, tutto al più di una setta segreta inventata dagli abitanti del nord Italia per spiegare il loro disprezzo verso la Sicilia. La cosa che lascia sgomenti è che tutti sono convinti di questo modo di vedere le cose, e quindi nessuno associa violenza, ricatti e omicidi con il termine "mafia", anzi la parola stessa per i siciliani non è mai neanche esistita fino al momento in cui dal nord è arrivato Garibaldi con i Mille, portandosi dietro questo termine inventato sul nulla. E se la mafia è solo una storiella portata dai disprezzati uomini del nord Italia, non ci può nemmeno essere una lotta contro di essa, perché sarebbe come lottare come un fantasma.
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