Carmina. Liber IV

Carmina. Liber IV

4.0

di Q. Flacco Orazio


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Descrizione

Composto a dieci anni di distanza dalla diffusione dei primi tre libri delle odi, il IV libro rappresenta il ritorno di Orazio alla poesia lirica, che sembrava ormai appartenere al passato dopo la redazione del I libro delle Epistole. Quello di Orazio è un tentativo, dopo il successo del 17 a.C. come cantore ufficiale nei ludi saeculares, di conciliare la sublime Musa pindarica con i toni propri della sua poesia lirica e di celebrare Augusto e i personaggi a lui vicini senza rinnegare la precedente esperienza poetica.

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Dettagli del libro


Voto medio del prodotto:  4.0 (4 di 5 su 1 recensione)

4.0Carmina. Liber IV, 16-05-2011
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Può essere considerato un po' come il punto di svolta nella produzione oraziana. Quest'ultima occasione si configura come spartiacque nella produzione oraziana: Orazio viene investito del ruolo di cantore ufficiale dell'Impero e l'eco della riconosciuta fama chiaramente attraversa il IV libro delle "Odi" insieme al topos già pindarico della poesia eternatrice delle buone azioni umane; il 17 a. C, però segna anche, secondo gli studi di La Penna, l'allontanamento di Mecenate dall'entourage imperiale. Difficilmente giustificabile altrimenti che, nella schiera di personaggi celebrati nel libro, Mecenate compaia poco, solo nell'ode XI, e tra l'altro solo grazie allo stratagemma dell'invito al suo genetliaco. Augusto doveva aver preso le redini della propaganda letteraria, senza più intermediari. La presenza dei motivi propagandistici è meno velata e più pervasiva: dalla celebrazione di Augusto, oramai "dio in terra" "tutela praesens" (Ode XIV) , a quella dei suoi sottoposti ed eredi (Druso: IV ode; Tiberio: XIV ode, Iullo Antonio: II ode ecc.).
La celebrazione dell'Imperator si sofferma soprattutto su due aspetti: la grande perizia militare e la restaurazione morale che la sua età aveva portato insieme alla pace ecumenicamente garantita (si veda la conclusione delle odi XIVe XV).
Se però nelle odi romane (Odi III, 1 - 6) la celebrazione passava attraverso l'ufficialità del riferimento alla storia ed ai valori romani, nel IV libro la poesia civile oraziana, eccezion fatta per i due epinici dedicati ai Neroni (Odi IV e XIV), si propone in una veste più popolare e dai toni più caldi: l'imperator è una divinità che va invocata insieme ai Lari (V ode); la sua lontananza porta l'insicurezza e preoccupazione nella popolazione. Il poeta stesso sceglie di cantare Augusto ma unendo la sua voce a quella del popolo che lo acclama durante il Trionfo.
L'altro tema portante del libro è l'Amore: non ci può essere canto lirico senza il sentimento che lo genera. Già nell'inicipit Orazio annuncia che Venere è tornata a bussare alla sua porta, rinnovando una guerra ormai dismessa: il poeta, ormai vecchio (cinquantenne), inizialmente si dichiara "durus", inflessibile ai dolci ordini della Dea ma alla fine dell'ode si mostrerà in preda all'infatuazione per il giovane Ligurino. Il tema del "serus amor" ritornerà più avanti nel corso del libro, nell'ode X e XIII.
L'amore in vecchiaia è diviso tra il ricordo degli amori giovanili (il nome di Cinara, vecchia fiamma oraziana, che ricorre in contrasto con la finta giovinezza di Lice: Ode XIII) e l'impossibilità di vivere appieno quelli odierni.
Il IV libro è l'ultima opera lirica di Orazio: non è però la pietra tombale sul canto poetico, come ci si potrebbe aspettare: tutto il libro è un inno a rinnovare il canto, in forme nuove: non ci sarà forse il poeta in persona a continuarlo ma lo faranno per lui i giovani "di belle speranze" della nuova Roma imperiale. La seconda generazione dell'entourage augusteo nel libro è ampliamente celebrata; addirittura Orazio dichiara Iullo Antonio poeta adatto più di lui a celebrare Augusto. Il libro, quindi, guarda al futuro: Orazio non solo garantisce ad Augusto il canto celebrativo; getta le basi affinché il canto non cessi con la sua voce, ma continui. Indicativi, in questo senso, sono gli ultimi versi del libro con quel "canemus" ("canteremo"), una sorta di promessa.

Poche parole sul commento di Paolo Fedeli ed Irma Ceccarelli: un commento esaustivo, attento, come è giusto, ai non pochi luoghi del testo di difficile interpretazione, soprattutto dal punto di vista filologico. Le soluzioni proposte da Fedeli-Ciccarelli mi sono parse ragionevoli: i due studiosi si attengono ad una tradizione critica che vede di cattivo occhio l'intervento emendativo a tutti i costi; si preferisce guardare alle lezioni dei manoscritti ed alterare il testo tràdito il meno possibile; il che mi pare non sia un male.
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