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La bella del Signore

La bella del Signore

di Albert Cohen

5.0

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Voto medio del prodotto:  5.0 (5 di 5 su 1 recensione)

5.0Bella del Signore, 10-08-2011, ritenuta utile da 9 utenti su 10
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Lo ritengo uno dei veertici della letteratura europea, ed è strano che Cohen non abbia ricevuto i giusti onori: un romanzo che come pochissimi racconta nascita, apice e soprattutto dissolvimento della passione amorosa, e lo fa in modo così crudele e dissacrante che sarà difficile essere gli stessi dopo averlo letto. Non perché sveli chissà quali remoti segreti, piuttosto perché racconta come mai prima era stato fatto la caducità, l'inconsistenza, la precarietà dei sentimenti umani, le loro friabilissime basi, le loro instabili colonne.
Non un libro per i romantici forse, ammesso che ne esistano ancora in questo mondo ormai in dissoluzione, un mondo che Cohen inquadra innanzitutto con profonda ironia: si ride, e parecchio, nella prima parte che descrive l'universo di falsità e convenzioni dove la bella Ariane d'Auble, di nobilissima stirpe, vive rinchiusa. Un mondo di bigottismo teatrale e ipocrita, diretto dalla tanto perfida quanto patetica Antoinette Deume, suocera di Ariane, dove come marionette vivono Hippolyte, tenero e svagato marito, vittima predestinata della megera, e Adrien, ovvero Didi, marito della bella Ariane, cocco di mamma.
Nella mira caustica di Cohen c'è tutta la Società delle Nazioni, organo vacuo e vano formato da funzionari inutili, burocrati a caccia di privilegi e fatuità, tra cui Adrien e Solal, quest'ultimo l'amante di Ariane, il Signore della sua Bella, l'uomo a cui la donna, vittima di un matrimonio infelice, consacra i suoi sentimenti, il suo tempo, i suoi pensieri, desideri, speranze, tutta se stessa insomma.
Così prende corpo la seconda parte del romanzo, quella che viviseziona l'amore di Ariane e Solal, dapprima amanti clandestini, poi conclamati; i fremiti, l'ebbrezza, la sottomissione, la frenesia interiore si impadroniscono di lei, mentre lui tiene ancora un piede nel dominio della razionalità (e continuerà a farlo). L'amore, la passione, i sensi diventano i soli padroni delle loro esistenze, della loro quotidianità ormai erosa e trasformata in un circolo infinito centrato su loro stessi, ancora e ancora, in un girotondo senza fine, un cerimoniale perverso fatto di riti che ogni giorno di più perdono di significato, diventando vuoti simulacri di una passione che l'ossessiva ripetitività trasforma in un ridicolo e insensato gioco delle parti. Un gioco delle parti che conduce inevitabilmente al massacro, alla frantumazione di quanto di buono c'è nella condivisione dei sentimenti e delle emozioni, delle passioni e del trasporto fisico: senza il confortevole ed irrinunciabile guscio protettivo che il mondo esterno ci fornisce, senza una dimensione sociale, senza nessuna valvola di sfogo e senza il soccorso dell'ironia, qualunque sentimento soccombe, diventa la pallida ombra e la ridicola parodia di se stesso nel giro di poco tempo.
Cohen è un magistrale narratore di questi animi coinvolti nella vicenda, non solo di Adrien, Ariane e Solal, ma anche di altri personaggi come Mariette, la fedele domestica di Ariane; molti hanno parlato, piuttosto impropriamente, di flusso di coscienza di tipo freudiano o joyciano che dir si voglia, mentre è forte la sensazione della presenza dell'autore e dell'intenzionalità di ciò che viene detto e come viene detto dal personaggio i cui pensieri sono esposti. D'obbligo quindi piuttosto parlare di monologo interiore, e ancor più propriamente di soliloquio, perché è quasi tattile la sensazione di un pubblico che assista e raccolga le esternazioni. Tutto è logico, consequenziale, provvisto di nessi, nulla che assomigli neanche lontanamente ai veri livelli inconsci dello stream of consciousness di Joyce, della Woolf, di Faulkner, né sarebbe giusto dire che Cohen era interessato ad una qualche tipologia di sperimentazione letteraria. Era semmai interessato a ben altro, al ritratto quanto più fedele e dissacrante possibile di un'era di transizione e dei suoi inquietanti fenomeni come l'arrembante borghesia ignorante (nonna dell'attuale), l'antisemitismo insensato e stupido, lo scontro di religioni e culture europee, tutte caratteristiche che fanno di questo romanzo una pietra miliare della letteratura del nostro continente, che non stona accanto a Musil (primo per contiguità di modi e temi), a Proust, a Mann, fino a condividere con certo Roth l'ironia israelita, seppur di altri luoghi, di altri tempi, di altri milieu.
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